La gastrite da Helicobacter pylori

La gastrite da Helicobacter pylori

Colpisce circa il 50% della popolazione: diagnosi e terapia
Microrganismo in grado di colonizzare la mucosa gastrica e duodenale causando un’infezione cronica associata a gastrite ed ulcera peptica
di Monica Mancini

Helicobacter pylori (Hp) è un microrganismo in grado di colonizzare la mucosa gastrica e duodenale dell’uomo causando un’infezione cronica associata a gastrite ed ulcera peptica. L’infezione colpisce globalmente circa il 50% della popolazione mondiale. Il contagio avviene attraverso le vie fecale-orale e oro-orale soprattutto in particolari ambiti familiari in cui vi sono abitudini alimentari caratterizzate dalla condivisione dei piatti, bicchieri e cucchiai e assaggio dei cibi prima di alimentare i bambini.
Spesso può succedere che vi siano più individui in una famiglia colpiti, per cui in caso di una diagnosi certa vanno testati anche gli altri membri della famiglia e trattati contestualmente.
L’infezione può in molti casi passare inosservata, quando non determina sintomi.
Quando la presenza dell’Helicobacter pylori a livello gastroenterico con la produzione di tossine e ed enzimi genera un’ulcera, l’infezione diventa clinicamente manifesta determinando sintomi, quali dolore addominale acuto, vomito, nausea e difficoltà nella digestione.
Esistono differenti test diagnostici per la ricerca dell’Helicobacter pylori. Il test per eccellenza resta la biopsia effettuata durante un’esofagogastroduodenoscopia, esame invasivo da effettuarsi solo su consiglio del gastroenterologo pediatra e con sintomi e clinica specifica oppure in caso di reinfezione o insuccesso della terapia specifica.
Test meno invasivi comprendono la ricerca dell’HP nelle feci, la ricerca degli anticorpi specifici nel siero e l’urea breath test che in realtà hanno più specificamente la funzione di verifica dell’eradicazione dell’infezione dopo terapia e devono inoltre rispettare una precisa tempistica per risultare attendibili, ovvero due settimane dopo sospensione di farmaci inibitori di pompa e quattro settimane dalla sospensione degli antibiotici specifici.
Negli ultimi anni si è assistito ad una progressiva riduzione di efficacia della terapia convenzionale che si basa sull’uso combinato e contemporaneo di tre antibiotici a causa delle resistenze agli antibiotici di prima scelta, soprattutto claritromicina e metronidazolo.
Pertanto le ultime linee guida ESPGHAN suggeriscono l’uso della terapia sequenziale che sembrerebbe presentare maggiore efficacia soprattutto nei casi claritromicino-resistenti. La terapia convenzionale resta, comunque, un efficace approccio di prima scelta nell’eradicazione dell’infezione.

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n. 10 / Dicembre 2017

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