Colpo di coda del Governo

Colpo di coda del Governo

Cellulari e tasse, una interpretazione della norma. L’imposta di concessione governativa è legittima. Non si escludono azioni a favore dei consumatori
avv. Rosanna Di Francesco

La tassa di concessione governativa sui cellulari, con contratti di servizio in abbonamento, è dovuta. Questo l’ultimo tassello con il quale il Governo ha cercato di porre fine ad una lunga e discussa vicenda che, per anni, ha visto le associazioni dei consumatori e i singoli utilizzatori di telefonia mobile alla ricerca di un’interpretazione del vecchio dettato normativo che, non solo portasse al risparmio del tributo, ma desse anche l’opportunità di richiedere il rimborso di quanto già versato.
Il perché di una simile richiesta deriva proprio dalla confusione generata in materia dai diversi interventi normativi che si sono susseguiti nel tempo in modo disorganico. La prima norma di riferimento è, infatti, da individuarsi nell’art. 21 della tariffa allegata al D.p.r. 641/1972 riguardante il tema delle concessioni governative. In particolare detto articolo prevede l’applicazione mensile di una somma, pari ad € 5,16 per le utenze residenziali ed € 12,91 per quelle business o di persone giuridiche, sulla licenza o sul documento sostitutivo per l’impiego di apparecchiature terminali per il servizio radiomobile terrestre di comunicazione. Successivamente l’art. 3 del D.M. n. 33/1990, contenente il “Regolamento concernente il servizio pubblico terrestre di comunicazione” ha espressamente equiparato “a tutti gli effetti”, e quindi anche ai fini fiscali, il contratto di abbonamento con il gestore di telefonia mobile alla licenza di stazione radio.
Di conseguenza la tassa di concessione sui telefoni cellulari trovava il suo presupposto impositivo nella “licenza di stazione radio” prevista dall’art. 318 del D.p.r. 156/1973. Tuttavia, l’introduzione nel nostro sistema del “Codice delle comunicazioni elettroniche”, avvenuta ad opera del D.lgs. 259/2003, ha sostituito il regime di concessione governativa con il regime concorrenziale e abrogato il citato art. 318 del D.p.r. 156/1973. In conseguenza di ciò, non solo i singoli consumatori ma anche molti Comuni hanno proposto ricorso alle Commissioni Tributarie ottenendo diverse pronunce favorevoli. Tra le varie si ricorda la sentenza n. 9/2012 con la quale la C.T.P. di Treviso ha statuito la non debenza del tributo e aperto uno spiraglio per ottenere il rimborso delle somme già versate. Ma coeva a questa pronuncia è stata la Risoluzione n. 9/E con la quale l’Agenzia delle Entrate ha precisato che il contratto di abbonamento rappresenta titolo giuridico che permette all’utente di utilizzare il sistema di telefonia mobile. Questo giustifica l’applicazione del tributo.
La stessa Cassazione, inoltre, si è più volte pronunciata a favore dell’Agenzia delle Entrate fino a quando, però, con ordinanza n. 12056 del 2013, i Giudici del Supremo consesso hanno iniziato a mettere in discussione tale orientamento. Secondo i giudici di legittimità, infatti, la tassa sulle concessioni governative si applica alle stazioni radio elettriche ma non ai terminali per il servizio radiomobile terrestre di comunicazione, ossia i telefonini, in quanto esiste tra i due sistemi una profonda differenza sostanziale. Quindi, al fine di risolvere il dubbio interpretativo della norma, la questione è stata rimessa alle Sezioni Unite. Ma proprio nell’attesa di ricevere la pronuncia che potesse finalmente fare chiarezza sul tema, il Governo, forse anche per esigenze di finanza pubblica - le somme da restituire sarebbero state di circa 2,4 miliardi di euro - ha introdotto, all’interno del Decreto Legge n. 4 del 28 gennaio 2014 riguardante la “voluntary disclosure”, una norma di interpretazione autentica, valida quindi anche per il passato, in virtù della quale per stazione radio elettriche si intendono anche i terminali per il servizio radiomobile pubblico terrestre di comunicazione, ossia i contratti in abbonamento per la telefonia mobile. La tassa di concessione governativa è quindi legittima? Al momento la risposta sembra affermativa ma non sono da escludere nuovi scenari che potranno invertire la rotta in favore dei consumatori.

Lascia un commento

n. 10 / Dicembre 2017

Scarica la tua copia in pdf