Eutanasia: libertà o egoismo?

Eutanasia: libertà o egoismo?

Anche in Italia c’è chi chiede il riconoscimento del “diritto di morire”
Negli ultimi anni si è registrato un tendenziale favore verso le cure palliative, ma non sembra ancora ipotizzabile liberalizzare l’eutanasia attiva volontaria
di  Valentina Dinisi

Il tema dell’eutanasia è uno di quei temi che più difficilmente si riesce ad affrontare. È un tema delicato, difficilmente definibile, ma che ha a che fare con le persone, con la vita. Ancora una volta il problema dell’eutanasia è tornato a galla, con la “triste” vicenda di dj Fabo, il quale, in piena coscienza e lucidità, ha ritenuto di non poter più sopportare una vita che non gli apparteneva.
Ma che vuol dire esattamente eutanasia? Il primo pensatore che utilizzò l’espressione agli inizi del XVII secolo, volle attribuire un significato positivo al termine eutanasia, collegandolo all’attività del medico che avrebbe avuto il compito di curare e di alleviare le sofferenze del proprio paziente, non solo quando tale sollievo avesse condotto alla guarigione, ma anche quando fosse servito a procurare una morte dolce.  
Il concetto di eutanasia rinvia alla richiesta di anticipare la morte allo scopo di alleviare le sofferenze, ma non è altro che un rifiuto della morte, della malattia e del dolore, nella contrastante ricerca di gestire autonomamente un fenomeno naturale, che è la morte. Il tema dell’eutanasia, in Italia, è da sempre al centro di un acceso dibattito e oggetto di numerose iniziative parlamentari: i casi che più recentemente hanno scosso l’opinione pubblica sono una tragica testimonianza della costante urgenza di una regolamentazione in materia, che, però, tarda ad arrivare.
Si parla di “testamento biologico”, di dichiarazioni anticipate di trattamento quando si fa riferimento alla dichiarazione con cui un soggetto, nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, dà disposizioni in merito alle terapie che desidera ricevere e quelle che intende rifiutare, nel caso in cui si venga a trovare in uno stato di incoscienza o nella condizione di malato terminale.
Le disposizioni contenute nel testamento biologico riguardano, però, situazioni e condizioni future talmente estreme e difficilmente immaginabili, per cui risulta assai difficile anticipare una decisione sulla propria morte e sul senso della propria vita, tanto più che le stesse dichiarazioni sono revocabili in qualsiasi momento.
Bisogna chiedersi che valore attribuire alla vita, e se dunque questa sia un bene disponibile o indisponibile; significa affrontare contestualmente il problema della scelta se curarsi o non curarsi dinnanzi ad una situazione di malattia estrema.
In Italia si grida all’omicidio e di questo in effetti si tratta, ma si pretende anche il riconoscimento del “diritto di morire” quale garanzia di una morte dignitosa.
Quando la speranza di sopravvivenza è nulla, quando la qualità della vita si avvicina a livelli di “umiliazione”, quando la sofferenza è oltre il ragionevole, allora il “cessare di vivere” non è così indegno, ma potrebbe essere visto come una via d’uscita.
Negli ultimi anni si è registrato un tendenziale favore verso le cure palliative, che consentono ai malati di vedere attenuate le sofferenze nella fase terminale dell’esistenza, ma non sembra assolutamente potersi ipotizzare, al momento attuale e a differenza che negli altri paesi europei, una liberalizzazione dell’eutanasia attiva volontaria, condotta che integra i reati dell’omicidio del consenziente o dell’aiuto al suicidio.  Si tratta di una posizione certamente di stampo cattolico, ma non soltanto. È la posizione di chiunque ritenga che il bene della vita sia uno dei valori che debba avere la massima tutela, al di là della malattia.
L’eutanasia non si combatte con sanzioni e divieti, ma promuovendo una “cultura dell’accompagnamento del malato alla morte”: solo sviluppando la “pietà per la morte” si possono ridurre gli spazi della “morte per pietà”.

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n. 10 / Dicembre 2017

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