S.O.S. obblighi di assistenza familiare

S.O.S. obblighi di assistenza familiare

Sono sempre più frequenti le coppie di coniugi che decidono di separarsi e di porre fine alle loro unioni, con tutte le gravose conseguenze che, spesso, ne derivano.
Si iniziano lotte cruente per la gestione dei figli, ma soprattutto per gli aspetti economici, per il cosiddetto “mantenimento”, e c’è chi, ritenendo leso il proprio diritto a vedersi versati quei soldi per il proprio sostentamento e per quello dei propri figli da parte dell’ex coniuge obbligato, ricorre al giudice penale.
Eh già! Il coniuge avente diritto al mantenimento così come stabilito dalla sentenza di separazione e/o di divorzio, ovvero dai patti consensuali intercorsi tra gli ormai ex coniugi, può decidere di sporgere querela nei confronti dell’ex marito o dell’ex moglie qualora dovesse venir meno ai suoi impegni circa il mantenimento.
Si faccia attenzione, però. Per iniziare un procedimento penale non è sufficiente il mancato pagamento di un assegno stabilito da un giudice, ma è necessario che si integri una condotta tale da far mancare i mezzi di sussistenza. E cioè, il mancato pagamento deve aver determinato una condizione di disagio, deve aver messo in difficoltà, con riferimento alle primarie esigenze di vita, la persona che doveva beneficiarne.
Certamente il dettato dell’articolo 570 del codice penale costituisce un valido strumento nei confronti di quei genitori obbligati che ignorano deliberatamente e costantemente il loro obbligo di mantenere i figli. È comunque indispensabile precisare che se è un minorenne ad essere privato dei mezzi di sussistenza, non è necessario sporgere querela, in quanto il giudizio penale farà comunque il suo corso.
Il mancato versamento dei mezzi di sussistenza ai familiari che si trovino in stato di bisogno, è certamente uno dei comportamenti più ricorrenti e più denunciati.
Ma che cosa si intende per mezzi di sussistenza? Con questa espressione si intende tutto ciò che è necessario per soddisfare le esigenze di vita primarie (abitazione, cibo, vestiario, ecc.). Pertanto, si ripete, la responsabilità penale non è legata in modo automatico al mancato versamento del mantenimento, ma dipende esclusivamente dal verificarsi di uno stato di bisogno dell’avente diritto.
Può pure accadere che il soggetto obbligato al versamento si ritrovi, improvvisamente, in condizioni tali da non poter più ottemperare al suo obbligo. Cosa accade in questo caso?
Certamente non si potrà gridare a gran voce di essere dinanzi ad un fatto di reato, ma è opportuno fare un distinguo. Ed è qui che entra in gioco quello che nel diritto penale si chiama “elemento soggettivo del reato”. In buona sostanza bisogna verificare che il soggetto obbligato non si sia sottratto volontariamente al suo obbligo, per esempio si sia licenziato o si sia fatto licenziare.
I giudici sono unanimi però nel sostenere che, anche nel caso di perdita del lavoro o di crisi economica, queste non sono sufficienti a sottrarre il padre o la madre dall’obbligo di assolvere al mantenimento. Anzi, dovranno “rimboccarsi le maniche” ed impegnarsi in qualsiasi modo al fine di mantenere l’impegno circa la corresponsione del famoso mantenimento. Il dichiararsi “disoccupato/a” non scusa.
Il consiglio importante per chi venga a trovarsi nella situazione di non poter più ottemperare agli obblighi imposti dal giudice è quello di chiedere la modifica delle condizioni risultanti dalla sentenza che stabilisce l’ammontare del mantenimento, al fine di ottenere un nuovo provvedimento che riduca l’importo dovuto. Infatti, le condizioni stabilite in sentenza non possono essere eluse in modo arbitrario autoriducendo la misura dell’assegno, ma richiedono sempre una previa domanda di revisione.

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n. 10 / Dicembre 2017

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