S.O.S. parcheggi “selvaggi”

S.O.S. parcheggi “selvaggi”

Può configurarsi il reato di violenza privata
Non si rischia solo il carroattrezzi ma il procedimento penale: si tratterebbe, infatti, di mezzi di costrizione dell’altrui libertà

Automobilisti maleducati che parcheggiano in maniera incivile? A loro carico può configurarsi il reato di violenza privata. A tutti può capitare di trovare una automobile, parcheggiata in modo “selvaggio”, che impedisce di fatto il transito alla nostra autovettura che, per tale circostanza, rimane intrappolata nell’area di parcheggio. Non tutti sanno, però, che chi parcheggia la propria vettura dinanzi ad un fabbricato o un posteggio (pubblico o privato) in modo da bloccare il transito ad un’altra auto, impedendole l’accesso o l’uscita, rischia non soltanto il carroattrezzi ma, addirittura, il procedimento penale.
Costituisce reato lasciare il proprio mezzo parcheggiato in modo tale da impedire agli altri il passaggio, ossia l’uscita o l’entrata, a titolo esemplificativo, da/in un parcheggio pubblico, un cortile condominiale privato, un cancello, un box auto.
Si tratta di mezzi di costrizione dell’altrui libertà contrari all’ordinamento e che, oltre ad integrare illeciti amministrativi per violazione del codice della strada (si pensi al divieto di parcheggio, al passo carrabile, ecc.), possono far scattare un procedimento penale a carico del conducente, integrandosi il reato di violenza privata.
Il delitto di violenza privata si configura, secondo l’art. 610 c.p., quando “chiunque, con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa”. La fattispecie incriminatrice tutela in generale l’interesse dello Stato a garantire ad ogni individuo la libertà morale, ossia la facoltà di autodeterminarsi spontaneamente: ciascuno deve “essere libero” e deve sentirsi libero.
Il bene giuridico protetto è dunque la “libertà psichica” della persona da qualsiasi comportamento violento e intimidatorio in grado di esercitare una coartazione, sia diretta che indiretta, sulla sua libertà di volere o di agire, in modo da costringerla a una certa azione, omissione o tolleranza.
Nello specifico caso dei “parcheggi selvaggi” rileva la condotta di colui che parcheggia la propria autovettura in modo tale da bloccare il passaggio impedendo alla parte lesa di muoversi. Il requisito della violenza, richiesto dalla norma, si identifica in qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente l’offeso della libertà di determinazione ed azione. Se da un lato è pacifico che costituisce il reato di violenza privata la condotta di chi effettua il parcheggio della propria autovettura in modo tale da impedire intenzionalmente a un’altra persona di uscire dal parcheggio comune, accompagnato dal reiterato rifiuto alla richiesta della parte offesa di liberare l’accesso, dall’altro è ragionevole ritenere reato anche il caso di rifiuto di spostare l’auto. In tale seconda condotta la costrizione con violenza dell’altrui volontà è determinata dal mantenimento della vettura nella posizione irregolare. Il mancato rispetto dell’altrui diritto di godere liberamente degli spazi e dei beni comuni può dunque portare a conseguenze spiacevoli.
E’ sufficiente la consapevolezza del parcheggio eseguito in modo da bloccare eventuali altri automobilisti, anche per mera incuria o per totale indifferenza alle norme stradali.
Si tratta di un chiaro esempio di come il diritto penale non sia unicamente circoscritto entro i limiti della violenza grave e conclamata, ma giunga a ricomprendere anche comportamenti che sono il segno di “meri” gesti d’inciviltà.
di  Valentina Dinisi

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n. 10 / Dicembre 2017

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