Infanticidio e figlicidio: la cronaca più nera

Come si pone la legge italiana di fronte a questi episodi
Secondo le statistiche, l’orrore parte sempre dal disagio: 70mila donne sono colpite da depressione post partum

L’omicidio di un bambino colpisce la sensibilità delle persone più di ogni altro delitto. E la domanda è solo una: perché? Spesso accade che tale delitto venga consumato in famiglia; spesso accade che tale delitto venga commesso dalla mamma, la persona che non farebbe mai del male al proprio bambino. Omicidi commessi a volte senza rendersene conto... a volte con una mente terribilmente lucida. Ma cosa succede? Cosa scatta nella mente materna? E cosa prevede l’ordinamento giuridico italiano? Innanzitutto è opportuno distinguere l’infanticidio dall’omicidio comune. Questo perché la legge italiana punisce il delitto di infanticidio con una pena attenuata e più mite rispetto a quella prevista per l’omicidio doloso. Il codice penale, all’art. 578, disciplina l’infanticidio in condizioni di abbandono materiale e morale, punito con una pena da 4 a 12 anni di reclusione (l’omicidio classico vede una pena che va fino ai 21 anni di reclusione). Tale ipotesi attenuata di omicidio trae le sue origini dal cosiddetto infanticidio per causa di onore, che vigeva nell’ordinamento italiano prima dell’attuale codice. E la rubrica “per causa di onore” la dice tutta: si trattava dell’uccisione del neonato perché concepito da una relazione clandestina, fuori dal matrimonio, perché la donna era stata violentata, tutte situazioni lesive della propria reputazione. L’attuale legislazione, invece, ha abbandonato la causa di onore e ha abbracciato l’ipotesi dell’”abbandono materiale e morale”, stato nel quale può trovarsi la partoriente o la puerpera, ipotesi che tiene conto delle particolari circostanze del parto, suscettibili di determinare un grave turbamento emotivo nella donna. I dati dicono che sono circa 70mila le donne che vengono colpite dalla depressione post partum, un malessere che si sta diffondendo, e che, a parte una limitata casistica di donne che già prima della gravidanza soffrivano di disturbi psichici, può colpire molte neomadri. Le cause sono molte: l’insufficienza di preparazione ed informazione su cosa realmente sia l’esperienza della maternità. Fare da madre ad un nuovo essere umano è il lavoro più complesso e stancante al mondo. Ma, se la maternità è una scelta consapevole e matura, è anche l’esperienza più straordinaria della propria vita. La solitudine, l’inaspettata fatica fisica e mentale che comportano il nuovo status di madre, sono a volte troppo grandi soprattutto per le donne più giovani, meno acculturate, o in condizioni economiche precarie. Al contrario, l’uccisione di un bambino, benché in tenera età, è considerata dalla legge un omicidio comune. La psicologia forense è unanime nel ritenere che diverse possono essere le ragioni di tali comportamenti omicidi: la vendetta nei confronti di un compagno che ha abbandonato la donna-madre, la convinzione di queste madri assassine di risparmiare al proprio figlio una vita di sofferenze, la vergogna e l’ignoranza che, soprattutto nell’Italia del sud, hanno il sopravvento. Nella maggior parte dei casi i figlicidi possono essere evitati, facendo attenzione ai campanelli d’allarme. La famiglia gioca un ruolo importante. Le madri non uccidono i propri figli di punto e in bianco, ma arrivano a compiere questo gesto estremo lentamente, lanciando tanti piccoli segnali. Rivolgersi a uno specialista è, in molti casi, l’unico “salva-vita”.

di Valentina Dinisi

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n. 10 / Dicembre 2017

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