Utero ‘in affitto’: e in Italia?

Utero ‘in affitto’: e in Italia?

Una strada non praticabile per il nostro ordinamento giuridico

Necessario migliorare la funzionalità degli strumenti giuridici a disposizione di coloro che intendono diventare
genitori. A cura di Daniela Murano - avvocato


Il desiderio di maternità è spesso presente nella maggior parte delle donne che, ad un certo punto della loro vita, ne sentono fortemente la necessità o il bisogno. Purtroppo però non sempre la donna riesce a realizzare naturalmente la sua volontà di restare incinta e, di conseguenza, onde pervenire concretamente al risultato di diventare genitori, si cerca di praticare strade alternative ad una normale gravidanza. Una di tali strade è quella della surrogazione di maternità rappresentata dal ricorso al cosiddetto utero in affitto.

E’ necessario evidenziare però che tale strada non è praticabile secondo il nostro ordinamento giuridico. Infatti, secondo l’art. 269 dell’attuale codice civile “la maternità è dimostrata provando l’identità di colui che si pretende essere figlio e di colui che fu partorito dalla donna, la quale si assume di essere madre”. Dalle parole del legislatore si evince dunque il legame indissolubile tra maternità e parto per cui è madre colei che partorisce. Quando questo legame non sussiste è lo stesso legislatore che si preoccupa di trovare soluzioni alternative al desiderio di genitorialità che, in tal caso, non è supportato da alcun legame biologico. Ebbene la soluzione proposta consiste nell’addivenire all’adozione poiché in tal modo si ritengono rispettati e garantiti tutti i diritti e i doveri connessi da una parte allo stato di “figlio” e dall’altra allo stato di “genitore”.

L’unico problema che tale soluzione presenta è quello di instaurare un procedimento lungo e complesso mediante il quale non sempre viene assicurato ai potenziali genitori il raggiungimento del risultato desiderato. E’ stata pertanto presa in considerazione la possibilità di ricorrere all’utero in affitto, pratica per la quale una donna si obbligherebbe, dietro compenso, a portare avanti una gravidanza e a partorire un figlio per conto di altri soggetti che, alla nascita, ne diventerebbero genitori. Il legislatore ha considerato negativamente la suddetta pratica ed ha vietato il ricorso all’utero in affitto dichiarando lo stato di adottabilità del bambino nato su commissione. Ma il fatto che i genitori, così diventati grazie alla pratica dell’utero in affitto, si vedrebbero privati del bambino tanto desiderato non è l’unica conseguenza del mancato rispetto di tale divieto: esso è infatti rafforzato dalla previsione di ulteriori sanzioni, molto gravi, perché a carattere penale. La L. n. 40/2004 che detta le norme in materia di procreazione medicalmente assistita prescrive infatti che “chiunque, in qualsiasi forma realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro”.

Ultima considerazione sul punto che dovrebbe definitivamente eliminare il ricorso all’utero in affitto è quella che deriva dall’esame di sentenze recenti della Corte di Cassazione in cui i giudici hanno dimostrato di applicare in maniera rigorosa le sanzioni conseguenti alla violazione del divieto. In conclusione, data la presenza di una rigida linea legislativa in materia di genitorialità, si auspica che il legislatore intervenga con opportune riforme per migliorare la funzionalità, oggi decisamente insufficiente, degli strumenti giuridici a disposizione di coloro che intendono diventare genitori.

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n. 10 / Dicembre 2017

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