Piemontese, basta la parola

Piemontese, basta la parola

Scaduto l’ultimatum lanciato a Mongelli, l’ironia si spreca sul presidente del Consiglio comunale
“Svolta in cento giorni o tutti a casa”, aveva detto. Ma oggi nessuno ne ha voglia

“Dopo aver chiesto comprensione, per le forti e irrinunciabili misure fiscali adottate, è indispensabile garantire ai cittadini i servizi essenziali e la piena fruibilità dei beni comuni. E’ mia convinzione che sia urgente la definizione di un programma amministrativo di brevissimo periodo, indirizzato ad ottenere risultati tangibili: manutenzione straordinaria delle strade, apertura del Teatro comunale Umberto Giordano, attivazione dei servizi di manutenzione del verde e dell’illuminazione pubblica, adozione dei bandi per la gestione degli impianti sportivi e del Teatro Mediterraneo, attuazione del Piano del Commercio e definizione e avvio delle procedure per la futura gestione del servizio di raccolta dei rifiuti, perché la città non deve più patire l’emergenza da cui siamo evidentemente e positivamente usciti”.
Così disse (anzi, scrisse) solennemente Raffaele Piemontese, giovine presidente del Consiglio comunale di Foggia, ed esponente di punta della nouvelle vague all’orecchietta del Partito democratico, il 3 marzo dell’anno di (dis)grazia 2013. Cento – e passa, ma proprio passa- giorni dopo, è cambiato qualcosa, a parte qualche colata di nuovo asfalto nelle strade del centro? Diremmo proprio di no:  rinvii e giustificazioni e spiegazioni e imbarazzanti e imbarazzati silenzi sono ancora e sempre la linea programmatica della giunta guidata dal sindaco Gianni Mongelli, che secondo l’ira funesta di Piemontese avrebbe dovuto chiudere bottega, pardon Palazzo (di Città) e tornare a casa senza rimpianti e senza esitazione, in caso di mancato adempimento dei punti elencati. Troppo facile prevedere quello che sarebbe successo, dall’ilarità involontaria alla comunicazione dell’ultimatum, alla pioggia di considerazioni sui social network, al sottinteso ‘avevamo scherzato’ quando, tre mesi dopo, tre mesi lunghi un’eternità, si continua a vivacchiare in attesa di non si sa cosa, mentre inizia il vero conto alla rovescia, quello che porterà alla (mai tanto attesa) scadenza naturale di questa travagliata esperienza amministrativa, e si apriranno tante partite parallele in una coalizione senza guide/con troppe guide e senza memoria. Ma, a margine, delle piccole, timide scuse o precisazioni di Piemontese alla città sarebbero state un gesto almeno doveroso, almeno decoroso: per quella dichiarazione così avventata della quale non si sentiva il bisogno e che si è trasformata in un autogol, l’ennesimo. Dare un seguito a quelle parole, assumersi responsabilità: illustrare i miracoli intervenuti in questo arco temporale, o prendere atto che è cambiato poco quanto nulla, oppure rilanciare con una difesa fiera e orgogliosa dell’operato di questa maggioranza o di quel che resta. A meno che non siano stati il condominio o il vicinato a chiedere a Piemontese di ripensarci, per ragioni a noi mortali oscure (e se, nel tempo libero, ascoltasse i neomelodici con lo stereo a palla?). O magari la prospettiva di giornate interminabili davanti alla tv, in mesi poi di sconfortanti repliche su repliche.
No, meglio rimanere, insistere insistere insistere e resistere resistere resistere.
Nonostante i contenitori culturali rimangano desolatamente chiusi e senza contenuti, nonostante il mondo fuori cada a pezzi, come canta Marco Mengoni, e l’ ‘essenziale’ sia una scommessa sempre più rischiosa e sempre più costosa.
Claudio Botta

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n. 10 / Dicembre 2017

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