Violenza ostetrica, cosa accade in sala parto?

Violenza ostetrica, cosa accade in sala parto?

La fotografia dell’indagine ‘Le donne e il parto’, la prima in Italia condotta da Doxa
Le mamme tracciano le coordinate di un fenomeno grave, al limite della disumanità e della prepotenza medica: i dati

A maggio dello scorso anno, 6Donna fu “travolto” dalla campagna #Bastatacere, alla quale aderì simbolicamente dedicando al controverso tema della violenza ostetrica un intero Focus. Un progetto nato da una semplice pagina FB che, superando ogni aspettativa, ha coinvolto in breve tempo migliaia e migliaia di donne: con le loro testimonianze dirette hanno tracciato le coordinate di un fenomeno al limite della disumanità e prepotenza medica, al punto da dover ricorrere ad una proposta di legge per introdurre un reato - quello della violenza ostetrica, appunto - punibile con la reclusione da 2 a 4 anni.
Dietro questa “bomba sociale”, 6Donna indagò la realtà foggiana, raccogliendo testimonianze di mamme e contribuendo alla sensibilizzazione su un tema vasto e generalizzato: dentro, infatti, c’è un po’ di tutto, da manovre dolorose (forse inutili) a umiliazioni e derisioni, da tagli e cuciture senza anestesia a vere e proprie mutilazioni genitali. Oltre all’assenza totale di rispetto per il corpo, che diventa “carne da macello” al servizio di turni e necessità degli operatori sanitari.
A poco più di un anno dalla “valanga” di racconti/denunce crudi e diretti, è possibile tirare le somme di un fenomeno che coinvolge l’Italia intera, dal nord a sud, nessuno (o quasi) escluso. I dati sono allarmanti: circa un milione di madri in Italia - il 21% del totale - affermano di essere state vittime di una qualche forma di violenza ostetrica, sia essa fisica o psicologica. A tracciare il bilancio è l’indagine nazionale ‘Le donne e il parto’ (la prima in Italia) condotta da Doxa e finanziata dalle associazioni La Goccia Magica e CiaoLapo Onlus, nata su iniziativa dell’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica Italia.
Esperienze così traumatiche (specie per una primipara) da spingere molte di loro a decidere di non affrontare una seconda gravidanza, determinando la mancanza di nascite (stimata) di 20mila bambini, ogni anno, in Italia. A pesare - fisicamente e psicologicamente, anche e soprattutto per le possibili conseguenze nel tempo - è la pratica dell’episiotomia (l’incisione vulvo-vaginale praticata per facilitare il parto), subìta da più della metà delle mamme (54%) coinvolte nello studio. Considerata in alcuni casi un “aiuto” per agevolare l’espulsione del bambino, spesso viene praticata - secondo le denunce - per accelerare i tempi del parto, a prescindere dalla reale esigenza e soprattutto interferendo con i tempi naturali del parto stesso. Inoltre, per la maggior parte delle partorienti (il 61% di quelle che hanno subito un’episiotomia), tale pratica è stata eseguita senza il consenso informato. A registrare il numero più alto di episiotomie sono le regioni del Sud Italia e le isole (58%). Stesso discorso per il ricorso - giudicato eccessivo - del parto cesareo diventato quasi di routine e non una “pratica di emergenza”. Tutto ciò si aggiunge alla carenza/assenza di sostegno durante e dopo il parto, insulti, umiliazioni, mancanza di umanità e si sensibilità nell’approcciarsi all’intimità di una partoriente. “Di fronte a questa fotografia oggettiva del fenomeno - ha dichiarato Alessandra Battisti, cofondatrice dell’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica Italia - auspichiamo una collaborazione con medici e istituzioni volta ad includere le donne nei processi decisionali, anche politici, che portino ad un cambiamento reale dell’assistenza nella direzione del rispetto e dalla dignità della persona umana. L’abuso, la negligenza o la mancanza di rispetto durante il parto possono condurre alla violazione dei fondamentali diritti umani della donna e del bambino, mettendo a rischio la loro vita e la loro sicurezza”. (m.g.f.)

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n. 10 / Dicembre 2017

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