Faragola, metafora di un territorio senza identità

Faragola, metafora di un territorio senza identità

In pieno VI secolo, nell’epoca delle cosiddette invasioni barbariche, lo scrittore Cassiodoro attesta che gli aristocratici trascorrevano nelle loro ville dei lunghi periodi di otium: uno stile di vita mutuato direttamente dai romani. Non ci sono evidenze archeologiche che dimostrino la permanenza di queste popolazioni nelle ville romane, ma è facile supporre che le abbiano abitate. E i successori longobardi, quando si sono ritrovati a casa del ricco signore romano della gens dei Cornelii Scipiones Orfiti, nella villa di Faragola, in agro di Ascoli Satriano, avranno pensato bene di preservarla.
Marmi preziosi, mosaici policromi, terme. Una sala da pranzo con uno stibadium semicircolare in muratura: il famoso triclinio dove i romani amavano pranzare distesi (unico superstite nel suo genere in Puglia) al centro del quale scorreva l’acqua di una fontana colorata che allietava il pranzo dei commensali. Perché erano così questi romani, un po’ caciaroni, un po’ amanti del kitsch e dell’ostentazione ma sapevano come godersi le cose belle.
La villa romana di epoca tardoantica sorta in località Faragola era stata scelta da un ricco proprietario terriero, probabilmente per trascorrere le sue vacanze, sulla piana del fiume Carapelle, lungo la via che collegava altri antichi centri romani, Herdonia e Aeclanum, in Campania. Sì, perché ieri, come oggi, queste colline che sembrano disegnate con l’aerografo, dove il vento dipinge i colori delle stagioni e il mare respira in lontananza, segnano il confine tra tre regioni. La Daunia, la Campania e la Lucania, portavano gli echi della storia più vera dell’Impero Romano. La nostra storia.
Quella che quattordici campagne di scavo dell’Università di Foggia, dal 2003, hanno cercato di raccontare. Studenti e archeologi provenienti da ogni parte del mondo hanno visto nascere dal nulla, restituito dalla terra sotto la quale era stato sepolto per secoli, questo sito unico nel suo genere, una piccola Villa Armerina pugliese. Per una intera generazione di archeologi foggiani (e non solo) gli scavi di Faragola hanno rappresentato la prima significativa esperienza di una intera carriera. Quella che te la fa amare, o quella che te la farà abbandonare. Faragola è stata la chiave di volta per chiunque ci abbia avuto a che fare. Come studente, come archeologo, come ricercatore. Con le prime pubblicazioni il sito prendeva vita e forma e iniziava ad esistere anche al di fuori dell’università e dei racconti entusiastici tra gli studenti che ci avevano scavato. La Regione finalmente ne veniva a conoscenza. Da lì poi i finanziamenti per renderlo fruibile ai visitatori, il laboratorio multimediale, le gite scolastiche. Ed ancora, la Boldrini, Alberto Angela tutti innamorati di Villa Faragola. C’eravamo finalmente. Noi, Foggia, la Puglia, la nostra storia: un tassello fondamentale per la storia millenaria di un paese, il cui patrimonio artistico inestimabile  dovrebbe essere valorizzato, conosciuto, apprezzato, divulgato. E invece la notte tra il 6 e il 7 settembre scorso, un incendio ha mandato in fumo e ricoperto di cenere anni di studi e ricerche. Danneggiato i bei colori dei mosaici che i secoli ci avevano restituito. Le lamiere poste a protezione, piegate dalle fiamme, sono crollate sulle strutture che avevano resistito ai “barbari” longobardi e ai terremoti. Un territorio, sgomento, continua a chiedersi di chi sia la colpa. Forse di tutti quanti. Avremmo dovuto averne cura, avremmo dovuto prevenire sciatteria e incuria. #faragolasiamonoi è l’hashtag lanciato su Twitter nei giorni successivi al disastroso incendio. Ed è così: Faragola è la nostra cultura. E non si va da nessuna parte se prima non si ha chiaro chi siamo. Un territorio che non preserva la sua identità è destinato ad auto cancellarsi. In questo caso, con un incendio.

#Faragolasiamonoi è la raccolta fondi lanciata dalla Fondazione Apulia felix, presieduta da Giuliano Volpe, destinata ad interventi volti a far rinascere dalle ceneri il sito archeologico di Ascoli Satriano. Per contribuire alla causa è possibile utilizzare l’iban IT84I0335901600100000066451. “Faremo avere notizie costanti sia sulla raccolta dei fondi che sulla loro destinazione, che sarà concordata con la Soprintendenza e con le altre istituzioni coinvolte nella attività di recupero, restauro e ricostruzione”, assicura Volpe.
Ilaria Di Lascia

Come araba fenice
Non c’è tempo da perdere. Da giorni, ormai, a Faragola è tutto una corsa: contro il tempo, contro le intemperie, contro il silenzio che prima o poi calerà su questo incendio. Si lavora per salvare il salvabile, ripristinare ciò che le fiamme hanno spazzato via nel sito archeologico di Ascoli Satriano. Al lavoro, i tecnici della Soprintendenza BAT-Foggia per la messa in sicurezza di mosaici e marmi.
Rimosse le macerie e istallato un telo impermeabile sull’area da proteggere, si procederà alla pulizia delle superfici per effettuare una operazione di ‘velatura’. In sostanza, si applicheranno strati di garze sui mosaici per bloccare le tessere nella posizione attuale.
Più complesso il recupero dei marmi: bisognerà ricorrere a componenti chimici per evitare che si sfaldino. Si tratta di operazioni complesse e laboriose, per le quali ci vorranno tempo e soldi: almeno 500mila euro per sostenere i lavori di restauro e almeno un anno di tempo per completarli. Purtroppo il sito archeologico di Faragola non era ancora dotato di sistema di videosorveglianza, né di impianto anticendio: si tratta di misure che sarebbero state adottate a breve, nell’ambito del completamento dei lavori del terzo lotto, in dirittura d’arrivo nel 2018.                  (m.g.f.)

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n. 8 / Ottobre 2017

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