L’assuefazione alla violenza H24

L’assuefazione alla violenza H24

Il punto della foggiana Daniela Marcone, vicepresidente nazionale di Libera
“La coscienza collettiva non si costruisce nei paesi concentrati solo sul presente”

Cosa siamo diventati? L’interrogativo è spiazzante, la risposta è esitante. Si tentenna, poi si tende a distinguere, a prendere le distanze, a dividere tra la massa indistinta degli ‘altri’ e la piccola ‘riserva’ alla quale crediamo di appartenere. La verità è che di fronte alla violenza - quella agìta, urlata, sbandierata sui social, subìta o inflitta - abbiamo tutti una memoria corta. Allora l’interrogativo si ripropone con maggiore intensità: cosa siamo diventati oggi? Un paese che si scandalizza “a gettone”, indignandosi di volta in volta, dinanzi alle brutalità che si susseguono, dal locale al nazionale.
Esaurite però le frasi ad effetto, siamo pronti a tornare alla nostra quotidianità. Come se nulla fosse. Eppure, l’estate che si è appena conclusa dovrebbe aver messo a dura prova le nostre coscienze e averci fatto capire che le parole, da sole, non bastano più. Dalla strage di mafia di San Marco in Lamis - nella quale sono stati uccisi il boss Mario Luciano Romito, suo cognato Matteo De Palma e i fratelli Luigi e Aurelio Luciani, due agricoltori del posto assassinati perché scambiati dai sicari per due fedelissimi del capoclan di Manfredonia - alla tragica fine di Noemi, la 16enne di Specchia, nel Leccese, uccisa da un 17enne reo-confesso (che no, proprio non possiamo definirlo “fidanzatino”), passando per il brutale stupro di Rimini: la cronaca ci racconta che il tempo delle chiacchiere è finito. E a nulla serve vomitare rabbia e odio (ancora violenza!) sui social, innescando un circolo vizioso che punta solo al ribasso.
“Violenze, omicidi, stupri e cicatrici dell’anima”, scrive sulla sua bacheca fb l’assessore alla Cultura del Comune di Foggia, Anna Paola Giuliani, “Ma noi, così impegnati a disquisire del colore della pelle, della nazionalità, dell’età anagrafica, ci preoccupiamo, sempre meno, di formare gli Uomini, quelli con la u maiuscola, gli unici degni di essere chiamati tali. A novembre, invaderemo le bacheche di scarpette rosse (io per prima), ma nel frattempo, abbiamo perso, tutti”.
La sconfitta è generale: l’involuzione culturale figlia dei linguaggi sessisti, della prevaricazione, della violenza ‘giustificabile’.
“Stiamo perdendo la percezione di quanto sia grave un mondo così pieno di violenza”, spiega Daniela Marcone, vicepresidente nazionale di Libera. “Non è possibile attendere che accada nelle nostre famiglie per produrre una riflessione accurata, per interessarci a quello che accade nella nostra città e nella comunità. In questi giorni - continua - sono stati proposti i progetti di educazione alla legalità nelle scuole, ma credo che andrebbero ricalibrati su quello che accade in ogni territorio. Perché con il termine legalità si dice tutto e nulla. In merito alla violenza di genere, invece, la proposta che giunge da varie associazioni è quello di un duplice approccio: contrasto alla violenza e diritto all’amore. Il peccato originale di questi tempi è che si parla sempre meno di amore, dell’attenzione e della cura a quello che ci viene affidato. Dovremmo ripartire da qui”. Ma le parole dovrebbero sedimentare per dare frutto. Invece, il popolo 2.0 dimostra di avere memoria corta. “Pensiamo alla strage di San Marco in Lamis”, riprende Marcone. “Già non se ne parla più. E probabilmente alle famiglie di quelle vittime innocenti avevamo promesso una vicinanza che, invece, deve continuare. E’ la dimensione umana delle tragedie che deve essere guardata in primo luogo. Vengono fatti tanti discorsi, vengono moltiplicate le teorie e poi ci si allontana come persone, negativizzando ogni approccio, anche con le vittime”. A fare il resto, ad anestetizzarci di fronte a tanta brutalità, ci pensa il bombardamento quotidiano di news sempre più lontane dal diritto di cronaca e sempre più vicine alla curiosità morbosa, pruriginosa (si pensi alla doppia violenza subita dalle vittime degli stupri di Rimini, le cui testimonianze messe a verbale sono state riprese e messe nero su bianco da giornali, anche autorevoli, che ne hanno calpestato dignità e privacy). “In materia di tutela delle vittime, l’Italia è molto indietro. La normativa europea ci chiede un adeguamento che facciamo fatica a realizzare”, continua la vicepresidente di Libera. “La nostra società non è ancora pronta ad accogliere chi ha bisogno di raccontare una violenza. Purtroppo, la costruzione di una memoria e di una coscienza collettiva non avviene nei paesi concentrati solo sul presente, in cui vive l’istante. In questi posti non c’è spazio e tempo per una riflessione. E bisogna invertire la marcia”.
m.g.f.

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n. 10 / Dicembre 2017

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