Antonella Soldo, la politica disobbediente sulle orme di Mariateresa di Lascia

Antonella Soldo, la politica disobbediente sulle orme di Mariateresa di Lascia

Disobbediente, battagliera e appassionata, Antonella Soldo ha tutti i crismi dei radicali, compresa la parlantina, mezz’ora standard anche se la acchiappi ai banchetti. Da novembre del 2016 la presidente del Movimento Radicali Italiani è una foggiana, di Rocchetta Sant'Antonio, trapiantata a Roma dai tempi dell'Università. È quel genere di dirigente che trovi a volantinare nel centro della città, come ogni radicale che si rispetti ("Marco Pannella l'ho visto volantinare fino a quando ha avuto le forze"). E non è certo una passeggiata di questi tempi, orfani del carismatico leader. Ha appena trentuno anni, la sua scalata ai vertici del partito è stata incredibilmente rapida, con la benedizione di Mariateresa Di Lascia, sua conterranea, vicesegretario del partito negli anni '80, parlamentare e fondatrice di Nessuno Tocchi Caino, scomparsa a 40 anni, nel 1994, un anno prima che le venisse assegnato - postumo - il Premio Strega per il romanzo "Passaggio in ombra". Antonella Soldo ha raccolto in un'antologia, "Un vuoto dove passa ogni cosa", i suoi interventi, articoli, lettere e racconti.

"La prima volta che ho messo piede nella sede del Partito Radicale, cercavo negli archivi del materiale su Mariateresa Di Lascia. Non lo so se sarei stata radicale se non avessi conosciuto la storia di questa donna, che è una donna del nostro territorio ed è poco conosciuta, purtroppo, anche nel nostro territorio - racconta oggi Antonella Soldo ripercorrendo la sua strada a ritroso, sulle orme della "strega radicale" - Una grandissima politica con una visione lungimirante, che ha ideato la battaglia per l'abolizione della pena di morte nel mondo. I risultati non li ha potuti vedere ma sono arrivati nel 2007, quando l'Onu ha votato la moratoria per le esecuzioni capitali e oggi quel lavoro continua, i paesi abolizionisti aumentano ogni anno. È un personaggio che veramente andrebbe conosciuto, proprio a partire dal nostro territorio. Secondo me, molte donne, molte giovani del nostro territorio, se conoscessero questa storia avrebbero grande fiducia nelle proprie capacità e nelle proprie possibilità". Membro del Consiglio Generale dell’Associazione Luca Coscioni, Antonella Soldo coordina anche il Radical Cannabis Club. Legalizzala è il suo stile di vita, come la semina proibita. Sta girando l'Italia per battezzare le nuove associazioni radicali che stanno spuntando come funghi. Radicali are back. Sono tornati.  

Da Presidente dell'Associazione Mariateresa Di Lascia ai vertici dei Radicali Italiani, un bel salto...
In realtà io ho iniziato a militare a Roma quando mi sono iscritta all'Università, ho iniziato a frequentare i Radicali perché avevo fatto uno stage a Radio Radicale e ci sono andata perché era ciò che cercavo: volevo stare con loro. Dopo i primi anni da iscritta, sono stata eletta nel Comitato nazionale, che è una specie di parlamentino dei radicali che si riunisce ogni tre mesi, e poi con alcune persone di Foggia che ho incontrato ai congressi, tra cui Elisabetta Tomaiuolo di Manfredonia, abbiamo rimesso in moto l'Associazione Maria Teresa Di Lascia (oggi il coordinamento è affidato al segretario Norberto Guerriero, ndr) che era ferma da un po'. Poi ho sostenuto la segreteria di Riccardo Magi, sono entrata prima nella direzione nazionale e nell'ultimo congresso dei Radicali Italiani sono stata candidata a presidente ed eletta.
Qual è stato l'impatto con questo nuovo incarico?
Non è un momento facile. È un po' un'avventura di ri-inizio, perché noi oggi ci ritroviamo a rimettere in piedi un movimento: dal punto di vista della struttura si cerca una nuova sede, degli strumenti di gestione, tutti i nostri database interni nuovi, un nuovo tesseramento, e nuove battaglie, nuove iniziative politiche. Quest'anno siamo impegnati soprattutto sull'immigrazione, sull'Europa e sulle droghe. L'anno scorso mi sono occupata come coordinatrice del gruppo antiproibizionista della raccolta firme di una proposta di legge di iniziativa popolare sulla legalizzazione della cannabis. Foggia - nota di merito - è risultata una delle città in cui ne sono state raccolte di più, nella percentuale tra popolazione e numero di firme: 3mila. Vado in giro, stanno nascendo tantissime associazioni nuove, stiamo mobilitando di nuovo regioni in cui non eravamo più presenti.  
C'è una sua foto, particolarmente tenera, di Emma Bonino che le dà una carezza. Qual è il rapporto con lei e quale l'eredità di Marco Pannella?
Quella foto è stata scattata dopo il congresso, quando l'ho rivista a una manifestazione e si congratulava per la mia elezione. In realtà tutti e due sono i leader, nel senso di punti di riferimento di una storia che ha fatto innamorare radicali di tutte le generazioni. Da Pannella io ho imparato, seguendolo - perché non posso dire di aver avuto un rapporto personale - il suo non risparmiarsi mai. Non si tirava mai indietro nelle discussioni, con chiunque. Una volta, in particolare, mi ricordo di averlo seguito in una manifestazione degli indignados, e lui veniva insultato, sputato. Io ero terrorizzata da questa ondata di violenza, invece lui sapeva che sarebbe accaduto ma ci si è buttato dentro, perché credeva che se si fosse fermato a parlare con uno o due di loro avrebbe potuto convincerli con la forza del dialogo, della militanza e della nonviolenza. Emma Bonino per noi oggi è il punto di riferimento principale visto che Marco non c'è più e anche lei ha la stessa tenacia, la stessa forza travolgente, la stessa capacità di non smettere mai di imparare.
È una fonte inesauribile di ispirazione ma anche di energia per le cose che facciamo. Per esempio, la campagna sull'immigrazione che stiamo portando avanti adesso è stata creata anche con il suo indispensabile contributo.
Ci sono tante battaglie difficili da vincere. Raccogliete continuamente firme, a volte non la scoraggia che una proposta di legge non passi o che non entri proprio nel sentire comune?
Stare in strada e parlare con le persone a me piace molto. Il dialogo è sempre fonte di una grande ricchezza. C'è da dire, poi, che per noi è una scelta obbligata, nel senso che nella politica come la intendiamo noi l'aspetto elettorale è solo uno degli strumenti accanto agli altri - referendum, iniziative popolari, ricorsi ai tribunali, disobbedienza civile - per cambiare le cose. Scoraggiarsi no, anche se le battaglie radicali sono state sempre delle sconfitte prima. È una cosa che ha detto Emma Bonino nell'ultimo Comitato che abbiamo tenuto a Parma. E la sconfitta - questa credo sia una delle cose più belle che ho imparato dal mondo radicale - non è una cosa che ci mortifica o che ti fa battere in ritirata, fa parte di un percorso, perché ci sono alcune battaglie che hanno bisogno di passare attraverso la sconfitta prima di essere accettate e di diventare senso comune. Sul testamento biologico, per esempio, abbiamo raccolto le firme nel 2013: a Foggia, mi ricordo - ero ancora nell'associazione Di Lascia - è stato difficilissimo fermare le persone e convincerle a firmare, però oggi abbiamo la discussione in aula che sta andando avanti. Se non fanno saltare questa legislatura, qualcosa l'abbiamo ottenuta.
Qual è la battaglia a cui è adesso più legata e che vorrebbe vincere?
Non riesco a sceglierne una, però ovviamente quella che mi sembra più urgente per la nostra contemporaneità è quella legata all'immigrazione ma anche quella legata all'Europa.
Quest'anno abbiamo lanciato questa campagna che si chiama Europe First perché mentre nascono movimenti populisti e sovranisti che dicono "prima l'Italia" noi diciamo "prima l'Europa", perché l'Europa così com'è ci ha assicurato sessant'anni di pace, benessere economico, libera circolazione, concorrenza. Certo, le sue istituzioni vanno migliorate, cambiate, però non possiamo tornare indietro ai nazionalismi. Non possiamo rinunciare al progetto di una Europa unita, federale, che sia ancora il posto in cui dare asilo alle persone che fuggono dalle guerre, dalla miseria, dall'assenza di possibilità. Tutto questo è stata l'Europa: la patria di chi cercava libertà e felicità.
Dal suo osservatorio, come vede Foggia e la sua provincia?
In realtà, non benissimo. Ho ancora la mia famiglia che vive lì, la conosco e la vedo con i miei occhi. È una terra che negli ultimi dieci anni ha subito uno spopolamento pauroso: solo la città di Foggia, ha perso qualcosa come trentamila abitanti negli ultimi dieci anni.
Poi c'è questo gravissimo problema dei ghetti, e io l'ho seguito un po' anche con l'associazione Di Lascia ultimamente. Diciamo che tutti i problemi nazionali, nella nostra provincia, sono acutizzati e nonostante siano acutizzati non sono all'attenzione nazionale come dovrebbero e questo dipende da tante cose: "dipende dai politici", come sempre si dice, però dipende anche dal fatto che ogni cittadino deve e può  fare la sua parte per far valere i diritti del territorio.
Però, d'altra parte, ci sono anche le cose belle: vedo molti dei mie amici che, in un territorio che non offriva tanto dal punto di vista occupazionale, si sono inventati aziende, attività, professioni. Si sono laureati nel pieno della crisi economica 2008-2009 e sono tornati per valorizzare un territorio ricchissimo che ha un patrimonio naturalistico e storico paragonabile a poche altre zone del nostro Paese.
Tornerebbe mai a Foggia, in Puglia, per fare politica?
Io non riesco a immaginare la mia vita senza l'attività politica quindi spero di poter continuare a qualsiasi livello, perché è una cosa di cui non riesco a fare a meno. Non lo escludo sinceramente e, anzi, penso che ci sono molte cose che potrei seguire in qualunque posto dovessi andare a vivere un domani. E nella mia terra mi piacerebbe continuare a farlo.

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