CAV, 300 bambini strappati all’Ivg

CAV, 300 bambini strappati all’Ivg

Parte da via Smaldone la crociata di Grazia Dechiaro conto l’aborto
Il Centro di Aiuto alla Vita compie 20 anni Ogni mese 26 mamme ricevono un assegno

Nella Parrocchia di Sant’Antonio, in via Smaldone, in vent’anni sono passate trecento minuscole vite condannate a morte certa prima di avere un nome ed un cognome.
Dal 1997 è attivo il CAV, che in questo caso sta per Centro di Aiuto alla Vita. Ogni bambino strappato all’Ivg è un miracolo qui e per Grazia Dechiaro che lo guida c’è sempre lo zampino di Dio. È la responsabile da tre anni, prima il presidente era suo marito, Roberto Suriano: un tumore al cervello se l’è portato via, e lei lo racconta con la pietas dei credenti.
“Il nostro impegno è quello di aiutare le donne a recedere dall’aborto per dare alla luce la propria creatura. Vengono al nostro centro d’ascolto pronte con il certificato dell’Ivg, interruzione volontaria di gravidanza. Proponiamo un aiuto economico, quello del progetto Gemma: si tratta di una quota di 160 euro per 18 mensilità, prima e dopo la nascita”.
Ad oggi vengono emessi 26 assegni al mese. Il contributo serve a fronteggiare le spese che comporta un bambino, compreso il corredino.
“La donna viene qui prima della dodicesima settimana. La maggior parte delle volte mi viene mandata dai consultori, noi l’ascoltiamo e prepariamo una relazione, spiegando perché vuole abortire - espongono casi terribili - dopodiché inoltriamo a Milano il fascicolo con il certificato dell’Ivg e una commissione lo esamina. Oggi, purtroppo - spiega rammaricata Grazia Dechiaro - con la crisi economica molti donatori che aiutano queste mamme sono venuti meno e il centro di Milano, quando non ci sono risorse, ridimensionate tantissimo, divide le somme. È capitato l’anno scorso: abbiamo tre mamme che percepiscono 80 euro mensili. Fu un periodo proprio nero per via della mancanza dei fondi”.
Le minorenni hanno la priorità. Il Cav non si limita ad un aiuto economico, ma cerca di capire cosa spinga la donna ad abortire. “A Foggia nel 2015 sono stati effettuati, statistica alla mano, 1060 aborti, nel 2016 per grazia di Dio sono diminuiti a 529. Dalla nostra esperienza, l’aborto nasce, la maggior parte delle volte, in famiglia. La donna che intende abortire si ritrova, spesso, a dover affrontare violenze fisiche e psicologiche nel contesto familiare. Molte volte è spinta dalla madre all’Ivg perché magari anche lei ha vissuto la stessa esperienza. Oggi aggiungiamo anche molte minorenni che già a 13-14 anni si ritrovano incinte e vanno anche da sole a praticare l’interruzione di gravidanza”. I contesti che descrive Grazia Dechiaro sono di estremo degrado sociale, povertà assoluta, nuclei familiari dove l’unico reddito è una misera pensione, i giovani sono senza lavoro e si vive in casa con i suoceri.
Parla alle ragazze con il cuore in mano: “Alcune mamme non si sono mai perdonate, pur confessando il peccato, non hanno nemmeno accettato il perdono di Dio”.
Una vita da salvare gliel’ha mandata direttamente don Francesco Catalano, direttore della Caritas diocesana: una ragazza, già mamma di tre figli, che alla quarta gravidanza aveva deciso di abortire, per colpa della disoccupazione e della povertà.
“Ci siamo messi in preghiera, don Francesco da una parte e noi dall’altra. Lei si era presentata il giorno dell’aborto al reparto maternità, si era già messa la sua camicia da notte ed era entrata: quando si è girata intorno, ha visto i medici, forse ha fiutato che lì dentro c’era la morte e ci ha ripensato. Fuori c’era il marito che piangeva perché non accettava questa sua scelta, lei è uscita di corsa, lo ha abbracciato e gli ha detto ‘portami via’. Oggi mi viene la pelle d’oca a pensarci”.
Solo l’anno scorso è finito il progetto di una mamma di appena 14 anni. Arrivano fino a 40 anni, molte donne che convivono, mamme che hanno già figli.
Il Centro di Aiuto alla Vita, così come lo conosciamo oggi, è nato da un aborto. “Io dico sempre che ho due figli sulla terra e tre in cielo. Roberto era ateo. Quando ci siamo sposati avevamo un negozio ben avviato, due figli, una bella casa, ma non eravamo felici perché ci mancava qualcosa. Quando siamo entrati a far parte della comunità cristiana, volevamo il figlio della fede, rimasi incinta - prima di questo bambino ne avevo persi altri due - al quinto mese ho abortito perché un mioma me lo aveva soffocato. Ne soffrimmo tantissimo, Roberto era distrutto ma capimmo che quella era la volontà di Dio. All’epoca don Luigi portò l’esperienza Cav da San Severo a Foggia”. Davanti alla loro vicenda dolorosa, il parroco non ebbe alcun dubbio: era un segno, sarebbe stato proprio lui il presidente.
“Da allora sono passati 280 bambini. Ho le fotografie di Roberto con loro in braccio che se li coccolava. Lui li amava e c’è un angelo in cielo che continua a pregare per il Cav con me”.
Mariangela Mariani

n. 10 / Dicembre 2017

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