Provincia, le donne stanno a guardare

Provincia, le donne stanno a guardare

Rosa Barone (M5S): “Strasoddisfatti di non aver partecipato a questo gioco squallido”
Maura Di Salvia (Udc): “La politica è femminile ma lo scranno è maschile”

Il Consiglio provinciale di Foggia non è un posto per donne. La riforma Delrio le ha relegate in una riserva indiana. Avoglia a fare le crociate per la parità di genere. Le ultime elezioni sono state un esercizio di machismo: zero elette, su dodici nomi usciti dalle urne. Non che le liste fossero piene zeppe di candidate: erano sei in tutto su trentanove amministratori tra vecchie e nuove proposte. Delle cinque liste, solo Capitanata Popolare e Capitanata Civica ne hanno inserite due. Il sindaco di Cerignola Franco Metta si è lamentato, all’indomani, della mancata elezione di Loredana Lepore, e si è detto avvelenato per quei due franchi tiratori che hanno tradito. Tant’è, e come sia sia, se alla precedente tornata almeno Maria Anna Bocola ce l’aveva fatta, questa volta è andata buca. A onor del vero, però, gli uomini sanno accapigliarsi più delle donne, per una poltrona senza gettone e senza portafoglio.
In quelle stesse stanze di Palazzo Dogana, la Consigliera di Parità della Provincia di Foggia Antonietta Colasanto solo ora ha sbollito un po’ la rabbia. “Il problema è a monte: la partecipazione della donna in un ambito che è sempre stato ad appannaggio maschile, tant’è vero che noi abbiamo acquisito il diritto di voto 70 anni fa, come a dire che eravamo considerate soggetti non idonei a partecipare alla vita politica del Paese e tantomeno attivamente. A prescindere dal fatto che non le abbiano messe in lista, nei consigli comunali ce n’erano pochissime: è un serpente che si morde la coda. Se non si sostiene la partecipazione delle donne alla vita pubblica, quindi alla politica, come possiamo pretendere che occupino dei ruoli? La partecipazione, con questo sistema è solo ulteriormente pregiudicata. Chi fa politica - incalza Antonietta Colasanto - deve supportarle perché la loro sensibilità rappresenta un valore aggiunto. Ecco perché ci siamo battuti con la raccolta delle firme per la modifica della legge elettorale regionale con la proposta del 50 e 50. Non è un capriccio o una moda: è una questione di giustizia sociale”.
Lampante è la fotografia del Consiglio comunale di Foggia con una sola donna tra i banchi, giunta a parte (che a prima vista salva le apparenze). Ma per la verità le donne nelle altre amministrazioni ci sono (i candidati erano sindaci e consiglieri) e sorge il ragionevole dubbio che le militanti della politica non siano state in grado di farsi valere nei partiti, ma alla provocazione non abboccano. “Credo che questo sia un luogo comune -  risponde Michaela Di Donna del direttivo regionale di Forza Italia - anche se nei partiti comunque esiste una questione di genere. In Forza Italia, però, questo tema non è mai stato legato a rivendicazioni sterili, ma solo ed esclusivamente alle capacità individuali. Sono la prima dei non eletti alle ultime elezioni regionali, da tempo faccio parte del coordinamento regionale del partito, sin da giovanissima ho ricoperto incarichi nel coordinamento nazionale del movimento giovanile. Mi pare che siano tutte dimostrazioni della valorizzazione dell’universo femminile in Forza Italia, che, giova ricordarlo, alle elezioni provinciali appena concluse è stato uno dei pochi partiti a candidare donne, a differenza di chi, penso ad esempio al PD, non ne ha inserita nessuna in lista - conclude Michaela Di Donna - probabilmente utilizzandole esclusivamente come ‘richiamo elettorale’ piuttosto che come reale e convinto investimento politico”.
Al centro, le donne hanno perfettamente chiaro il contesto in cui sono costrette ad operare: Maura Di Salvia, Commissaria provinciale Pari Opportunità dell’Udc, tranchant, individua lucidamente le criticità. “L’assenza è sempre una sconfitta - ammette - Se non ci sei non puoi influire sul corso degli eventi e neppure invertire la tendenza in atto. Tuttavia, il problema non è tanto nella composizione dei Consigli comunali, dove pure ci sono valide esperienze politiche al femminile, ma il peso specifico della politica al femminile. Manca, in questo senso, il riconoscimento sul territorio all’impegno delle donne in politica, ma non mancano spunti per essere ottimisti per il futuro prossimo. Purtroppo - conclude - la politica è femminile, ma lo scranno è maschile”.
Tra i tumulti e le contraddizioni del PD, Patrizia Lusi, nel direttivo regionale del Partito Democratico, espressione di una delle tante correnti/affluenti, non si sottrae mai alle analisi critiche. Attribuisce il risultato alla scarsa presenza di amministratrici e quando le si eccepisce che rappresenta un falso problema, chiarisce quanto sia difficile pretendere in un contesto maschile e maschilista: “L’assenza di donne dipende dal fatto che non siano state elette nei consigli comunali. Sono elezioni di secondo grado. Già quando si candidano e devono essere scelte dai cittadini non riescono ad attrarre consensi, figuriamoci in elezioni di secondo livello, in cui prevale una logica ‘politica’, di alleanze tra forze, di pesi e contrappesi. Discorsi dai quali le donne sono escluse nella maggior parte dei casi”.
La pasticciata riforma Delrio tira acqua a un solo mulino: quello dei Cinquestelle. La consigliera regionale Rosa Barone non vedeva l’ora di parlarne e sfogarsi, come se si stesse levando un sassolino dalla scarpa. E seppure commettessero qualche leggerezza - come ammette candidamente - questi meccanismi potrebbero finire per favorire proprio loro.
“Non mi meraviglio che non siano state elette donne, del resto, se ci ricordiamo, anche in Consiglio regionale, tolto il Movimento 5 stelle che ha portato ben tre donne, ne abbiamo solo una in Forza Italia e tutti gli altri sono uomini, quindi siamo abituati, purtroppo, a una politica autoreferenziale che votando fra sé e sé continua a preferire gli uomini che magari sono più ‘potenti’. Le donne che sono più libere o che non hanno santi in Paradiso soprattutto quando si devono votare tra politici, in seguito ad accordi o a giri di poltrone, sono ancora più deboli. Una politica come quella del M5S, invece, addirittura premia le donne, mettendole a capo di città importanti come Roma e Torino e dà a tutti le stesse chance senza favorire sempre gli stessi in nome di correnti, di accordi o di poltrone. La gente è stufa di queste manfrine, di questi giochetti, di questi accordi sottobanco, di politici che tutti fieri si siedono su queste poltrone che non hanno neanche più valore, perché grazie alla riforma Delrio non avranno che pochissimi temi da trattare, pochissimi soldi, e in più ci saranno conflitti anche di attribuzione. Sono strasoddisfatta che il nostro movimento non abbia partecipato a questo gioco squallido, pienamente orgogliosa, ancor di più quando vedi che non c’è neanche una donna”.


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n. 10 / Dicembre 2017

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