I tabù della legge 194, nella terra degli obiettori

I tabù della legge 194, nella terra degli obiettori

Donne in rete e Ucronìa scrivono ad Emiliano: “Troppe criticità sui protocolli IVG”
Nel Foggiano restano solo quattro ginecologi non-obiettori, tutti a fine carriera: “Così, nel giro di un paio di anni, si rischia di tornare ai tempi delle ‘mammane’”

Le donne non ne parlano mai, né volontariamente né messe faccia a faccia con la realtà. Ma le attiviste di ‘Donne in rete’ hanno intercettato il dolore e il disagio vissuto da quante hanno dovuto fare ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza, un’esperienza che brucia sulla pelle anche a causa di falle e disorganizzazioni che incrinano l’intero sistema.
Così, si sono fatte portabandiera dei problemi e delle criticità riscontrate, raccogliendo in una lettera aperta, firmata Donne in Rete e Ucronìa e indirizzata al Governatore della Puglia, Michele Emiliano (in quanto titolare della delega al Servizio Sanitario Regionale), tutte le incongruenze relative all’applicazione della legge 194/78 ‘Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza’, nelle strutture sanitarie della provincia di Foggia.
LA FINE DEI NON-OBIETTORI. In Capitanata la dotazione organica di medici ginecologi non-obiettori di coscienza, che dovrebbero garantire un servizio continuativo per l’esplicazione del protocollo IVG, risultano in numero decisamente insufficiente alle necessità. “In Puglia l’86% dei medici ginecologi è obiettore di coscienza”, spiega Maria Teresa Santelli, tra le attiviste di Donne in Rete che ha seguito e analizzato la problematica da vicino. “I numeri relativi ai non-obiettori, di conseguenza, sono veramente esigui: in Capitanata, ad esempio, ci sono solo due ginecologi presso gli Ospedali Riuniti di Foggia, uno presso l’ospedale di Manfredonia e uno a Cerignola. Nessuno a San Severo. Ad aggravare la situazione, vi è il fatto che i non obiettori siano tutti a fine carriera, dunque prossimi al pensionamento. E considerata la lentezza del turn-over nelle strutture sanitarie possiamo dire che nel giro di un paio di anni si rischia di fare un grave passo indietro”.
I TEMPI DELLE ‘MAMMANE’. “In più - continua - non solo i medici si dichiarano obiettori di conoscenza, ma anche le ostetriche, le infermiere e persino le portantine si dichiarano tali, nonostante la legge 194 faccia riferimento alla fase di attuazione del protocollo IVG, mentre aiutare una paziente prima e dopo non può essere vietato, perché rientra negli obblighi di assistenza”. Maria Teresa lancia quindi una provocazione: “Torneranno i tempi delle ‘mammane’? E’ una forzatura, certo, ma poco ci manca: non torneranno, mi auguro, i tempi in cui le donne morivano per gli aborti provocati con il ferro da calza e gli infusi di prezzemolo, ma il rischio degli aborti clandestini per chi non può permettersi soluzioni a pagamento è dietro l’angolo”. A tutto ciò, si aggiungono le difficoltà ambientali riscontrate: negli ospedali, manca un luogo adeguato per dare la riservatezza dovuta alle donne che ricorrono all’ivg, che spesso si ritrovano ignorate dai medici, in un angolo della stessa stanza con le partorienti, in situazioni che aumentano esponenzialmente il senso di colpa e la sofferenza che una scelta di questo tipo comporta.
LA RISPOSTA DI EMILIANO. Il Presidente Emiliano non ha fatto mancare risposta. Ma le sue parole hanno destato, nelle attiviste di Donne in Rete, più di una perplessità. “Se con la delibera di Giunta sulla ‘Interruzione Volontaria della Gravidanza Mediante Mifepristone (Ru 486)’ è stata deospedalizzata l’ivg con metodologia non chirurgica (e per questo siamo soddisfatte), altrettanto vero è che non è stato affrontato il problema dell’obiezione di coscienza tra i medici ginecologi”, spiegano. “Le Regioni hanno gli strumenti per intervenire e arginare la portata del problema assicurando alle donne il diritto all’ivg oltreché ai medici non obiettori un percorso professionale non penalizzante”.
“Tirando le fila del discorso - conclude Maria Teresa - siamo soddisfatte che siano state approvate le linee guida relative alla RU486 (anche se l’ospedale utile più vicino per usufruirne è nella Bat) ma c’è ancora tanto, tanto da fare: chiediamo infatti che venga attuato il protocollo nel rispetto della volontà delle donne e nel rispetto di una legge che c’è, e che non deve essere un tabù, che siano previsti degli spazi idonei per questo tipo di interventi e che sia garantito alle donne l’effettiva libertà di scelta sul metodo con cui effettuare, in assoluta sicurezza, l’ivg ovvero con intervento chirurgico o con assunzione della pillola Ru486”.

Lascia un commento

n. 10 / Dicembre 2017

Scarica la tua copia in pdf