Referendum costituzionale: ‘sì’ e ‘no’ al femminile

Referendum costituzionale: ‘sì’ e ‘no’ al femminile

L’ultimo referendum costituzionale risale a dieci anni fa. Quello del 4 dicembre (si vota dalle 7 alle 23) è il terzo della storia repubblicana. Gli elettori decideranno se confermare o meno il testo della legge costituzionale già approvata dal Parlamento, in seconda convocazione e a maggioranza assoluta ma inferiore ai due terzi dei membri di ciascuna Camera, contenente “Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione”. Il testo della riforma si compone di 41 articoli. È una consultazione senza quorum: a differenza del referendum abrogativo, si procede al conteggio dei voti che abbia o meno partecipato la maggioranza degli aventi diritto. Perché sì e perché no lo spiegano due donne:  Maria Elena Ritrovato nella direzione regionale del PD (partito sempre agitato dal flusso delle correnti) e Rosa Barone del Movimento Cinque Stelle (che per definizione studia).

NO Rosa Barone (consigliera regionale M5S)
“È una riforma che allontana i cittadini dalla politica, risulta andare in una direzione assolutamente antidemocratica, allungherà le distanze dalle decisioni, non avremo più possibilità di difendere i nostri territori, le nostre regioni, il nostro ambiente, e quindi verranno meno anche i diritti civili, a  tutti gli effetti. Nel merito va detto no, non perché ci sia di mezzo Renzi - sebbene lui l’abbia scritta e debba prendersi chiaramente le sue responsabilità - ma proprio perché scritta male, incomprensibile, antidemocratica, e che allontana i cittadini dalla partecipazione e dal controllo della politica, dando vita ad un Esecutivo fortissimo che potrà avere diritto di vita o di morte sui territori. I costi della politica tagliati sono relativi: per la ragioneria dello Stato parliamo di 57 milioni circa, quindi meno di un caffè all’anno, 88 centesimi a cittadino. Rispetto al venire meno della possibilità di scegliersi i propri senatori e, nel caso in cui passasse l’Italicum, al 70% dei deputati nominati dai partiti per il meccanismo del capolista bloccato, riteniamo che il prezzo della democrazia sia più alto di un caffè all’anno. È paradossale che si utilizzi questo metodo quando per non votare insieme alle Amministrative anche il referendum anti-trivelle abbiamo speso per un solo giorno 300 milioni. In più, qualche giorno fa, in Parlamento è stata rimandata in Commissione la nostra proposta di legge che riduceva lo stipendio dei parlamentari alla stregua di quello che prendiamo noi: in quella maniera avremmo risparmiato senza modificare la Costituzione 81 milioni di euro. Se i politici volessero effettivamente il risparmio ci sarebbero sistemi più democratici, non modificando la Costituzione in un senso assolutamente oligarchico, antidemocratico e riducendo la partecipazione dei cittadini. Non ci stiamo a questo metodo”.

SI Maria Elena Ritrovato (Direzione regionale Pd)
“Il testo del quesito referendario è chiaro e vuole rispondere alle esigenze di  un Paese che non cresce e che non aggancia la ripresa, anche a causa di una struttura istituzionale incompatibile con i nostri tempi.
Il Governo Renzi non ha raccolto gli elementi più condivisi delle proposte degli ultimi trenta anni. Nulla di bizzarro, nulla di improvvisato. Trovo molto sbagliato l’allarmismo che il variegato fronte del No - che va da Forza Nuova a M5S a pezzi del Pd - sta diffondendo tra la gente.
La riduzione dei costi della politica, ad esempio, è uno degli aspetti più  semplici, che avrebbe dovuto trovare l’approvazione di chi, di questo argomento, ha fatto una bandiera. Grazie ad essa, invece, non solo verrà ridotto il numero dei parlamentari - i senatori elettivi passeranno da 315 a 95 (più 5 di nomina del Presidente della Repubblica) e non percepiranno indennità – ma le province saranno definitivamente eliminate dalla Costituzione. Ancora, verrà abolito il CNEL e, novità di non poco conto, i consiglieri regionali non potranno percepire un’indennità più alta di quella del sindaco del capoluogo di regione e i gruppi regionali non avranno più il finanziamento pubblico.
La riforma, ancora, servirà a rendere più efficace la partecipazione dei cittadini, ad aumentare la rappresentanza degli Enti Locali in Parlamento e in Europa e a chiarire le competenze di Stato e Regioni. In Capitanata, con i Comitati “Basta un Sì. Per l’Italia e per L’Europa”, stiamo cercando di spiegare le ragioni e l’importanza della riforma.
Non si può pretendere, comunque, che il Paese diventi un’estesa facoltà di legge. Per questo, chiudo citando i 250 professori di diritto pubblico che hanno sottoscritto il Manifesto per la Riforma: A quanti, come noi, sono affezionati alla Carta del 1948, esprimiamo la convinzione che – intervenendo solo sulla parte organizzativa della Costituzione e rispettando ogni virgola – la riforma potrà perseguire meglio quei principi che sono patrimonio di tutti gli italiani.”

Lascia un commento

n. 10 / Dicembre 2017

Scarica la tua copia in pdf