Da Firenze a Troia, tracce di un Rinascimento possibile

Da Firenze a Troia, tracce di un Rinascimento possibile

Sui Monti Dauni, le storie di un vescovo fiorentino e di papa Medici
Sui prospetti del vecchio Episcopio, sono evidenti i segni della Rinascenza

Quando pensiamo alla storia della Daunia, sappiamo di poter leggere all’indietro segni eloquenti di civiltà passate, dai graffiti del Paleolitico, ai castra romani passando per l’elezione della città capoluogo a sede eletta dello stupor mundi, Federico II di Svevia, fino al sontuoso matrimonio dei Borbone o alla riedificazione in chiave post-barocca dei possedimenti del Capitanio. Un periodo di sicuro, vive un po’ all’ombra di questi grandi fatti della storia gloriosa che abbiamo tratteggiato, ed è il periodo che più caratterizza l’immagine dell’Italia per importanza artistica e vivacità economica e letteraria, agli occhi del mondo: il Rinascimento.
Non è facile ricostruire una pagina del Rinascimento in Capitanata, ma l’impresa si compie grazie alle connessioni che si stabiliscono tra un vescovo di Troia e la casata più importante di quegli anni di “rinascita”: i Medici. E a pochi giorni dalla messa in onda della serie televisiva che riguarda proprio la saga della famiglia di banchieri fiorentini, vogliamo ricordare i legami che uno dei personaggi più illustri della famiglia Medici ebbe proprio con Giannozzo Pandolfini insediatosi il 10 marzo del 1484 a Troia ed elevato ad episcopus da un altro personaggio noto al rinascimento italiano, papa Sisto IV della Rovere committente della omonima Cappella Sistina. Pandolfini fu figura di grande prestigio, tanto da essere insignito del quarto franco per i meriti acquisiti al seguito di Ferrante d’Aragona e tanto da ricevere per la Cattedra vescovile di Troia, importanti regalie persino da papa Leone X Medici. Ed è proprio a Firenze che il Pontefice destina al vescovo di Troia un complesso religioso con degli orti che dopo un accurata ristrutturazione in chiave rinascimetale, diventerà Palazzo Pandolfini.
Il progetto di restyling sarà affidato addirittura a Raffaello che produce di sua mano una serie di disegni. Pur non avendo note sulla sua presenza in Capitanata, non si possono di certo escludere dei suoi interventi nelle “idee architettoniche” poste nel vecchio episcopio di Troia; qui una serie di finestre (tra le quali una con una epigrafe dedicata al Panfoldini Eps.), propone una ritmica e delle geometrie “note” all’urbinate e messe in uso proprio nei prospetti pensati per il Pandolfini in via di San Gallo dove figurano, al di sotto del cornicione, i nomi di Giannozzo “TROIANVUS”, Leone X e Clemente VII Medici.
L’ipotesi nasce dalla consapevolezza che Giannozzo ebbe per Troia una affezione particolare alla quale dette seguito per via di lignaggio fino al 1560, passando il titolo al nipote Fernando. In questi 80 anni di cura delle anime, i Pandolfini ebbero per Troia un tal riguardo, da non intendere solo la sede episcopale come un mero attributo onorifico: si prodigarono infatti per dotare la città di privilegi anche di natura politica come dimostrano una serie di carte conservate sia nell’Archivio diocesano che in quello del Capitolo.
Baste infine visitare il Museo del Tesoro della Cattedrale di Troia, e dare un’occhiata oltre ai celebri exultet, alle restanti collezioni per scoprire vere perle del Rinascimento italiano come un calice ed un reliquiario a tempietto, attribuiti a Benvenuto Cellini, con incisi i gigli fiorentini e lo stemma dei Pandolfini, oltre che il piviale che Leone X regalò a Giannozzo proprio per le funzioni solenni da celebrarsi nella splendida Cattedrale romanica. Senza trascurare una piccola tavoletta con un Cristo Redentore che qui è rappresentato come un “uomo nuovo”, con l’aspetto da Divo Augusto, nelle forme che ci consegna Piero della Francesca (per primo) nella Resurrezione di Sansepolcro. L’opera lignea - attribuita in passato al Perugino -, passa per essere di mano della Cerchia di Raffaello, con una firma che rimanda in modo inequivocabile alla Roma tra fine XV e inizio XVI sec.: un fregio con le grottesche dipinte a punta di pennello in oro su fondo blu lapislazzulo. Basterebbe solo quest’ultimo cenno per guardare a Firenze e alla più bella stagione conosciuta dell’arte italiana, come fossero anche fatti di casa nostra.
Francesca Di Gioia

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n. 10 / Dicembre 2017

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