‘Donne d’onore’ secondo l’antimafia al femminile

‘Donne d’onore’ secondo l’antimafia al femminile

Il ruolo di madri, mogli e figlie dei clan raccontato agli studenti
Toghe rosa, all’UniFg la ricerca del procuratore aggiunto di Palermo Teresa Principato

Palermo, città in cui bene e male si confondono e le donne d’onore in controluce hanno contorni definiti.
Teresa Principato studia da anni le donne di Cosa Nostra. Tra le toghe star, peraltro rosa, il procuratore aggiunto del capoluogo siciliano ha all’attivo una serie di pubblicazioni sulle donne di mafia e i mutamenti del loro ruolo all’interno dei clan. Interpreta un fenomeno in continua evoluzione: mogli, madri e figlie negli anni hanno cambiato pelle proprio come le organizzazioni mafiose.

Arriva a Foggia per il Festival della Ricerca e dell’Innovazione dell’Università di Foggia, a maggio, insieme ad altri magistrati antimafia, e spiega come ad un certo punto la strategia comunicativa venne affidata proprio alle donne: “Non persone, così Cosa Nostra le ha sempre prospettate. Evidentemente non lo erano, tant’è che si sono messe subito a difendere i loro uomini in carcere e a maledire in modo plateale i collaboratori che ne avevano determinato la carcerazione”.
Il suo intervento è scrupoloso e avverte quasi l’urgenza di consegnare alle ragazze ai ragazzi una visione particolareggiata. Già di norma è un fiume in piena, le sue dichiarazioni hanno sempre un carico di novità, spesso tranchant, destabilizzanti o addirittura scomode. Altrimenti, del resto, non avrebbero voluto preparare il tritolo per lei. Nell’aula magna del Dipartimento di Economica il procuratore Principato indugia sulla chiave di lettura al femminile, davanti ad una platea composta soprattutto da studenti al convegno “Cinque Mafie, una Nazione”.

A margine dell’incontro farà un passo indietro, ricordando com’è nata l’esigenza di un approfondimento di genere.
“È una ricerca che ho voluto fare perché indignata dalle tante assoluzioni di donne di boss mafiosi che solo per aver commesso per amore dei delitti non venivano mai condannate. Si escludeva una loro autonoma capacità ad autodeterminarsi, come se potesse sussistere una incapacità alla cattiveria, una immagine che è stata naturalmente strumentalmente fornita dagli uomini d’onore per lasciare fuori da ogni responsabilità penale almeno le donne, ma che poi inevitabilmente è venuta fuori proprio quando gli uomini d’onore dovevano difendere Cosa Nostra, al momento delle tante collaborazioni determinate dall’attacco che noi abbiamo fatto alla mafia grazie anche agli strumenti politici che in quel momento ci venivano forniti”.

La sua missione da sette anni è catturare la primula rossa Matteo Messina Denaro, il super ricercato latitante da 23 anni. È sotto scorta. Adotta le più disparate strategie, ma su tutte un sistema: fare terra bruciata intorno a lui.
Centinaia e centinaia di arresti, miliardi confiscati alla famiglia e a tutte le persone vicine al boss di Castelvetrano: “Io credo moltissimo che privare il mafioso del denaro è molto peggio che metterlo in galera, perché i mafiosi sono abituati alla galera, per loro è un rischio scontato, perdere il denaro no”. Il magistrato che dedica buona parte della sua vita a capire la mala femmina è lei stessa una donna. L’unica al tavolo dei relatori, tutti nomi altisonanti che operano nel profondo Sud, ammette quanto sia dura.
“Il ruolo di una donna che combatte la mafia è onestamente molto difficile. Come per ogni lavoro bisogna vedere con quale intensità e con quali convinzioni si affronta. Il mio lavoro mi ha deprivata di ogni altro interesse. O meglio, non di interessi perché ne ho tanti, ma di molti altri doveri, prima di tutto quello di madre, che è stata molto lontana dal figlio proprio per ragioni di lavoro”. Mariangela Mariani

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n. 10 / Dicembre 2017

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