Gino Lisa, la strategia di Elena Gentile

Gino Lisa, la strategia di Elena Gentile

L’europarlamentare su aeroporto, piccoli comuni e PD
“Specializziamolo, altrimenti è destinato alla non sostenibilità”

Ferrigna e schietta, non le manda mai a dire. L’uragano Elena è una furia quando si parla di PD, ma questa volta non fa danni e si concentra sulla sua attività parlamentare. Nel 2014, quasi 150mila voti nella circoscrizione sud catapultarono Cerignola in Europa. Elena Gentile è membro del Gruppo dell’Alleanza Progressista dei Socialisti & Democratici.
Per anni nella Giunta regionale pugliese, quel ruolo ce l’ha ancora cucito addosso, anche da europarlamentare. Memorabile la sua battuta quando a febbraio arrivò a Foggia Salvatore Negro, assessore regionale al Welfare, incarico che Elena Gentile aveva ricoperto sotto il governo Vendola: che potesse fare meglio di lei, gli disse scherzando in cerignolano, sarebbe stato un po’ difficile. Prima ancora si occupò della sanità. È un fiume in piena. Wikipedia la definisce un’attivista. Ha sempre la valigia pronta per Bruxelles e dopo una giornata di riunioni delle commissioni, dal Belgio, ricostruisce il rapporto tra le politiche europee e il territorio: “Qui affrontiamo direttive, risoluzioni, mozioni che hanno un interesse generale e talvolta nella “scrittura” delle politiche della Comunità Europea certamente possiamo trovare nelle pieghe delle scelte anche un interesse territoriale più specifico. Parlare per esempio di crescita blu, quindi di economia del mare, significa anche da questo punto di vista sostenere gli interessi economici e d’impresa di un settore che va dalla pesca ai trasporti, alla biocosmesi. Sono delle grandi scelte politiche, delle opzioni di sistema”.

Una partita su tutte, quella del Gino Lisa, Foggia la sta giocando proprio a Bruxelles, e su quella si pronuncia senza giri di parole. E ha un piano. “Si apre un altro scenario dentro un’attenzione che da parte della Comunità Europea non è mai venuta meno. Mi pare che si stia aprendo una fase di nuova interlocuzione, senza termini di scadenza, rispetto alla quale fino ad oggi (alla data del 16 marzo, ndr) la Regione Puglia non ha ancora espresso una nuova opzione. Nel senso che la procedura che era stata avviata è stata chiusa e ne è stata aperta una nuova e si attendono gli atti della Regione Puglia, dell’assessorato ai Trasporti, per verificare fino in fondo la fattibilità di questa iniziativa: la Comunità Europea non ha chiuso i ponti, ha riaperto il dialogo, però si attendono atti e scelte consequenziali che fino ad ora, oggettivamente, non sono pervenuti”.

Lei sta seguendo da vicino la vicenda del Gino Lisa?
Certamente sì, perché c’è questo carteggio che ormai è diventato sufficientemente elaborato, e per alcuni versi anche stucchevole, che va definito una volta per tutte. La Regione Puglia deve dire chiaramente se intende o non intende fare del Gino Lisa un aeroporto almeno di interesse regionale, confezionando un piano industriale e un business plan che abbiano una vocazione anche extraterritoriale. Oggi più di ieri sostengo una lettura che può sembrare forse particolarmente suggestiva ma che in futuro potrebbe avere ricadute importanti per il territorio, dentro questa scelta importante della macroregione adriatico-ionica. Abbiamo approvato finalmente questa direttiva e si apre uno scenario molto interessante per tutte le regioni costiere dello Ionio e dell’Adriatico, guardando per esempio ai Paesi dirimpettai. Noi abbiamo i Balcani di fronte, Paesi che stanno percorrendo la strada che li porterà all’ingresso nella Comunità Europea - mi riferisco in modo particolare al Montenegro e all’Albania. Penso che se un futuro e un interesse possa avere quell’aeroporto, al netto delle tratte nazionali - e qui apro e chiudo una parentesi: il completamento dell’alta velocità sul Tirreno, la linea Bari-Foggia-Napoli, e una decisione definitiva sull’alta velocità adriatica potrebbero accorciare indubbiamente i tempi di percorrenza - debba averlo come scalo o hub che guarda ai Balcani, che poi sono la porta di mercati molto più interessanti come la Russia o la Cina. Specializziamo un hub, specializziamo l’aeroporto Gino Lisa in previsione di quello che potrà accadere e sta già accadendo nei confronti dei paesi balcanici ma soprattutto verso Oriente e verso i Paesi dell’Est. Noi vogliamo dare un rango a questo aeroporto, se poi vogliamo pensare a tratte che sono sufficientemente banali - Roma, Milano, Torino, Palermo - destiniamo quell’aeroporto alla non sostenibilità economica. Invece, allargando un po’ lo sguardo, allungandoci verso l’orizzonte, potremmo cogliere questa opportunità. Per andare da Foggia in Montenegro il viaggio è un calvario e così in Albania. E sono una piattaforma interessante per la nostra economia, non possiamo sottovalutarlo perché l’Europa chiede un piano industriale sostenibile. La sostenibilità tu la incardini in una visione, in una prospettiva economica e di relazioni industriali ma anche politiche e con i nostri dirimpettai per davvero potremmo fare di quell’aeroporto un punto nevralgico, potrebbe essere la piattaforma per altre regioni che potrebbero trovare nello scalo pugliese e quindi foggiano un link molto interessante.

Un’altra battaglia che la vede in prima linea è quella per difendere l’agricoltura italiana.
Certo, proprio oggi in Commissione Occupazione e Lavoro sono intervenuta per puntualizzare alcuni passaggi che mi sembrano assolutamente importanti in previsione della rivisitazione della PAC, cioè della Politica Agricola Comune. Il tema era come ripensare la Pac quale occasione di promozione di nuove opportunità di lavoro, e io ho sottolineato la questione del riequilibrio delle risorse comunitarie anche a sostegno dei nostri piccoli comuni. Questo è un tema più generale ma che si cala benissimo nella nostra realtà. L’economia agricola può essere una leva di sviluppo per i nostri piccoli comuni che oggi sono destinati ad una tragica deprivazione non solo economica, perché soprattutto i giovani che continuano a vivere in quei comuni decidono di delocalizzare la propria vita nelle città o nei comuni più grandi e più ricchi di prospettive. Se noi utilizzassimo i fondi comunitari in maniera assolutamente integrata spostando le risorse che fino ad oggi sono state destinate alle grandi città, alle città metropolitane, verso il sostegno della crescita dello sviluppo sostenibile ed inclusivo dei piccoli comuni daremmo fiato ed ossigeno alla piccola economia agricola, ai prodotti di nicchia, alle produzioni di qualità che sono la punta di diamante del made in Italy agroalimentare. Più attenzione per i piccoli comuni significa costruire una sinergia importante per far crescere l’economia agricola, attraverso questo noi offriremmo più opportunità di lavoro e quindi consentiremmo alle piccole comunità di non chiudere la loro esperienza demografica, perché il rischio non è più un rischio, ormai è una certezza.

Lei fa parte di un partito caratterizzato da una vivace dialettica interna e talvolta travagliato. Come lo vede il suo Pd qui in Capitanata?
Non lo vedo in ottima salute, se devo dirlo con la sincerità che mi contraddistingue. Si fa fatica a costruire un profilo unitario dentro una fibrillazione che, a mio avviso, non ha ragion d’essere se non nella indisponibilità di buona parte del Partito ad accettare l’idea che questo partito possa crescere solo ed esclusivamente subendo l’OPA delle liste civiche che poi tanto civiche non sono, perché sono rappresentate da personaggi politici che hanno cambiato più maglie e più casacche. Il tema è quello della transumanza del ceto politico che io non condivido assolutamente, e questo non significa pensare ad un partito chiuso che non si apra al dialogo, che non si confronti con altre sensibilità. Il Pd nasce per essere il luogo della convivialità delle differenze, ma attraverso una nuova connessione sentimentale con i cittadini e con le cittadine, quindi non gruppi di potere e di interesse, ma cittadini e cittadine soprattutto tante donne che ci auguriamo si innamorino sempre di più della politica e guardino con attenzione al Partito Democratico.

Lei si è sempre battuta per far valere le sue ragioni. Lo ha fatto anche a muso duro. Cosa l’ha fatta andare avanti ? Quanto sente di contare ancora nel partito e quanto le donne contano?
È una domanda un po’ complessa. Io non sono una donna vanitosa ma sono una donna orgogliosa. Orgogliosa di una storia che è stata costruita mattone su mattone, dentro una grande esperienza politica e amministrativa tutta votata alla declinazione di temi che oggi possono sembrare obsoleti e lontani: i diritti, soprattutto delle persone più fragili, più deboli; la trasparenza e la democrazia degli atti, dentro una visione che mi ha vista protagonista di un welfare non fatto di compassione e di pietà ma di valorizzazione delle differenze. Una visione molto innovativa e moderna di welfare come spaccato dell’economia di questo Paese. Temi che sto coltivando qui in Europa dove ovviamente vi è una visione differente. Io sto sempre dalla stessa parte, non so gli altri come girano su questa giostra della politica. Ovviamente ho dovuto fare più fatica perché noi donne siamo ancora poche, e questo è un vulnus della politica e poi bisogna far crescere una nuova consapevolezza e un nuovo senso di responsabilità delle donne che si cimentano in politica. L’idea da incoraggiare è sempre quella: l’autonomia e l’indipendenza da chi appare più forte e quindi esercita un potere che non può essere quello che è nella nostra cultura di genere. È una fatica rilevante però, nonostante questo, portiamo a casa risultati importanti.
Mariangela Mariani

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n. 10 / Dicembre 2017

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