La capanna sotto l’albero

La capanna sotto l’albero

Un altro Natale nei container per i baraccati
La rabbia delle donne a Palazzo di Città

Le donne portano avanti la baracca. Anna  e le altre difendono con le unghie e con i denti il diritto alla casa. Guai se tocchi i loro bambini. Hanno nomi diversi ma lo stesso sangue agli occhi le mogli e mamme che, sistematicamente, rivendicano sotto il Palazzo le ragioni di sfrattati, senzatetto e baraccati. Le famiglie accampate per giorni in Corso Garibaldi prima vivevano in conigliere riadattate ad abitazioni. Nel giorno dell’allestimento dell’albero di Natale le tende sono state smantellate, per decoro e perché lì non si può vivere. Anna, in graduatoria al 390esimo posto per una casa popolare, si è piazzata con una sdraio in mezzo alla carreggiata per ore. Di lì a poco, è spuntata una capanna. “Manca solo il bue e l’asinello, ora”, l’amara constatazione degli accampati, sfrattati anche da lì. C’è anche una donna incinta. Un’altra è alla 1413esima posizione in graduatoria. La casa la vede con un binocolo.

Sono abusivi, ma lamentano di essere stati discriminati perché possono certificare di essere nelle stesse condizioni di chi è stato ritenuto bisognoso, indigente, pur non risultando assegnatario. “Non abbiamo motivo per stare fuori, avevamo la residenza da tre anni, anche noi abbiamo bambini. Siamo povera gente davvero, senza lavoro”. Diciotto famiglie. “Sindaco a Natale puoi” avevano scritto su un lenzuolo. Tagliati fuori dalla lista degli aventi diritto stilata dal Comune dopo gli sfratti al Salice e in via San Severo. La verità la sanno solo loro.
Un anno prima, sempre nel mese di novembre, le donne dei container si erano barricate dietro i cassonetti divelti che bloccavano la strada. Li percuotevano con le mazze, nere di rabbia anche davanti ai caschi blu che avanzavano. Volevano la corrente e non accettavano di pagare onerose utenze. Tutte mamme e mogli, in quella società apparentemente matriarcale quando esplode la rabbia.

Giulia e le altre.
Amazzoni dei tetti di lamiera, che arretrano solo quando si nominano i servizi sociali e hanno un cuore di mamma. Al tempo degli sfratti, nei container, come quelli di via San Severo o del Campo degli Ulivi, si allarmano. Se un abusivo, pure povero, ottiene un alloggio perché loro dovrebbero restare lì, è la domanda ricorrente. Incoronata, in uno di quei container, mastica rabbia perché è un’assegnataria e vive tra topi, blatte, umido e ruggine.  D’estate è un inferno, d’inverno si muore di freddo. La pioggia penetra nelle baracche. Hanno addobbato l’ennesimo albero di Natale, numero imprecisato, chi più chi meno. Hanno paura di morirci in quelle baracche, aspettando la casa di una graduatoria che non scorre mai. Al rione Candelaro, nelle cosiddette piastre, alla spicciolata, le famiglie sfrattate dal Salice Nuovo entrano nelle sedi delle associazioni che assomigliano a un’abitazione. Alcune erano disabitate. Mai nessuno, appena aperte, avrebbe mai pensato che quella sarebbe diventata una vera Cittadella della Solidarietà. La solidarietà agli sfrattati.

Mariangela Mariani

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n. 10 / Dicembre 2017

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