A testa alta contro il racket: l’Antimafia è rosa

A testa alta contro il racket: l’Antimafia è rosa

In memoria di Giovanni Panunzio, il costruttore assassinato perchè si ribellò al malaffare
La nuora Giovanna Belluna ne mantiene viva la memoria e l’esempio:
“Grazie a lui abbiamo capito da che parte stare, quella della legalità”

In una città come Foggia - con il suo passato pieno di luci, certo, ma soprattutto di ombre - non è difficile comprendere il ruolo, l’importanza e la valenza delle donne nella lotta al racket e al malaffare. Basti pensare al lavoro svolto nell’antimafia da Daniela Marcone, ad esempio, vicepresidente nazionale di Libera, ma soprattutto “figlia senza giustizia” di Francesco, il direttore dell’ufficio del registro di Foggia assassinato nel 1995 sulle scale di casa.
Oppure a Giovanna Belluna, nuora di Giovanni Panunzio, ucciso 23 anni fa perché si ribellò alla mafia del mattone. Fu proprio Giovanna a ricevere la prima richiesta estorsiva - 2 miliardi di lire da pagare sull’unghia - e minacce di morte che correvano da un capo all’altro del telefono. E fu la stessa Giovanna a capire subito, insieme al suocero e a tutta la sua famiglia, che non si doveva cedere, né abbassare la testa. Testimoni viventi della lotta alla mafia, Giovanna e Daniela erano entrambe sedute allo stesso tavolo, lo scorso 6 novembre, nell’anniversario dell’omicidio Panunzio. Hanno incontrato, tra gli altri, i giovani delle scuole nell’ambito dell’incontro ‘Donne per la Legalità’ organizzato dall’associazione ‘Progetto Foggia’ di Michele Sisbarra, con il sostegno di C.S.V. Daunia, della Consigliera di Parità della Provincia di Foggia e in collaborazione con l’associazione Memoria Condivisa.
Un incontro da overbooking, nel quale si è parlato di mafia con il senatore Corradino Mineo (“Qui siete messi peggio che in Sicilia”, ha stigmatizzato) e del suo impatto sulla società con altri valenti relatori.
A testa alta, fiera delle cicatrici di anni di difficoltà, Giovanna non ha remore o tentennamenti nel denunciare che “Giovanni Panunzio fu ucciso perché fu lasciato solo. Abbandonato dalla politica, dalle istituzioni, dagli imprenditori che dovevano sostenerlo, aiutarlo. Lasciato solo fu un bersaglio facile per la mafia. Gli unici a sostenerlo furono i suoi familiari: la mamma, le cognate, le nuore. Tutte donne”.
Sono state loro - donne diverse ma uguali nella determinazione - il suo ‘salvagente’ nei tre anni di minacce e ricatti che hanno anticipato la sua esecuzione; sono state loro il suo coraggio e la sua forza, condividendo il peso di una la scelta difficile, con pesanti strascichi anche in seguito, negli anni del processo, delle condanne ai mandanti e agli esecutori, dei troppo silenzi e delle ostilità.
Il suo sacrificio, però, non è stato vano: “Sono stati anni difficili e duri, per me e la mia famiglia. Abbiamo affrontato difficoltà, minacce e la crudeltà di un processo. Ma abbiamo affrontato tutto con coraggio e a testa alta, come ci aveva insegnato Giovanni”, spiega. “Ci ha lasciato più morto che da vivo: ci ha trasmesso i suoi valori, non come imposizione di un capofamiglia, ma come impostazione di vita. Con lui abbiamo capito subito da che parte stare, quella della legalità”. Da anni, infatti, Giovanna Belluna mantiene vivo il ricordo e l’esempio di Giovanni, e chiede a gran voce che la città di Foggia si liberi dalla mafia, dal racket e dai costi umani e sociali che la criminalità organizzata impone da troppo tempo al nostro territorio.                      

In una città come Foggia - con il suo passato pieno di luci, certo, ma soprattutto di ombre - non è difficile comprendere il ruolo, l’importanza e la valenza delle donne nella lotta al racket e al malaffare. Basti pensare al lavoro svolto nell’antimafia da Daniela Marcone, ad esempio, vicepresidente nazionale di Libera, ma soprattutto “figlia senza giustizia” di Francesco, il direttore dell’ufficio del registro di Foggia assassinato nel 1995 sulle scale di casa.
Oppure a Giovanna Belluna, nuora di Giovanni Panunzio, ucciso 23 anni fa perché si ribellò alla mafia del mattone. Fu proprio Giovanna a ricevere la prima richiesta estorsiva - 2 miliardi di lire da pagare sull’unghia - e minacce di morte che correvano da un capo all’altro del telefono. E fu la stessa Giovanna a capire subito, insieme al suocero e a tutta la sua famiglia, che non si doveva cedere, né abbassare la testa. Testimoni viventi della lotta alla mafia, Giovanna e Daniela erano entrambe sedute allo stesso tavolo, lo scorso 6 novembre, nell’anniversario dell’omicidio Panunzio. Hanno incontrato, tra gli altri, i giovani delle scuole nell’ambito dell’incontro ‘Donne per la Legalità’ organizzato dall’associazione ‘Progetto Foggia’ di Michele Sisbarra, con il sostegno di C.S.V. Daunia, della Consigliera di Parità della Provincia di Foggia e in collaborazione con l’associazione Memoria Condivisa.
Un incontro da overbooking, nel quale si è parlato di mafia con il senatore Corradino Mineo (“Qui siete messi peggio che in Sicilia”, ha stigmatizzato) e del suo impatto sulla società con altri valenti relatori.
A testa alta, fiera delle cicatrici di anni di difficoltà, Giovanna non ha remore o tentennamenti nel denunciare che “Giovanni Panunzio fu ucciso perché fu lasciato solo. Abbandonato dalla politica, dalle istituzioni, dagli imprenditori che dovevano sostenerlo, aiutarlo. Lasciato solo fu un bersaglio facile per la mafia. Gli unici a sostenerlo furono i suoi familiari: la mamma, le cognate, le nuore. Tutte donne”.
Sono state loro - donne diverse ma uguali nella determinazione - il suo ‘salvagente’ nei tre anni di minacce e ricatti che hanno anticipato la sua esecuzione; sono state loro il suo coraggio e la sua forza, condividendo il peso di una la scelta difficile, con pesanti strascichi anche in seguito, negli anni del processo, delle condanne ai mandanti e agli esecutori, dei troppo silenzi e delle ostilità.
Il suo sacrificio, però, non è stato vano: “Sono stati anni difficili e duri, per me e la mia famiglia. Abbiamo affrontato difficoltà, minacce e la crudeltà di un processo. Ma abbiamo affrontato tutto con coraggio e a testa alta, come ci aveva insegnato Giovanni”, spiega. “Ci ha lasciato più morto che da vivo: ci ha trasmesso i suoi valori, non come imposizione di un capofamiglia, ma come impostazione di vita. Con lui abbiamo capito subito da che parte stare, quella della legalità”. Da anni, infatti, Giovanna Belluna mantiene vivo il ricordo e l’esempio di Giovanni, e chiede a gran voce che la città di Foggia si liberi dalla mafia, dal racket e dai costi umani e sociali che la criminalità organizzata impone da troppo tempo al nostro territorio.                        
Per le foto si ringrazia Mario Arpaia

Maria Grazia Frisaldi

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n. 10 / Dicembre 2017

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