Dietro il dolore cronico

Dietro il dolore cronico

Un aspetto che interessa da vicino le donne, con caratteristiche peculiari
Forme prettamente femminili sono la dismenorrea e l’endometriosi, ma anche la fibromialgia, l’emicrania e la nevralgia del pudendo
a cura di  Nicoletta Di Francesco

Il problema del dolore cronico interessa molto da vicino le donne, presentando caratteristiche del tutto peculiari. Nell’immaginario comune le donne sono viste come soggetti ipersensibili, emotivi e con una bassa soglia del dolore fisico. Si è visto però che la fibromialgia è 6 volte più frequente, la cefalea muscolo-tensiva cronica 4 volte di più, l’artrite reumatoide 2,5 volte, l’artrosi 3 volte di più dopo la menopausa. Le ragioni dell’aumentata vulnerabilità al dolore sono molteplici; fino alla pubertà maschi e femmine presentano la stessa prevalenza di malattie infiammatorie e autoimmuni e del dolore ad esse correlato,  dopo la pubertà queste raddoppiano o addirittura triplicano nelle donne.
Ciò è determinato dalla differenza ormonale endocrina tra maschi (testosterone) e femmine (estrogeni e progesterone). In particolare, la variazione dei livelli di estrogeni durante il ciclo mestruale stimola la degranulazione dei mastociti, cioè la liberazione di sostanze infiammatorie nei tessuti, con il conseguente aumento dell’infiammazione e peggioramento della sintomatologia dolorosa in patologie infiammatorie già esistenti (sindrome del colon irritabile, cefalea, artrosi, ecc.). Nei maschi invece il testosterone ha un’azione diretta sul mastocita solo in risposta ad un danno specifico e ciò rientra in una teoria evolutiva molto interessante.
I maschi mostrano infatti “l’analgesia da stress”: in condizioni particolari, come la guerra, il maschio presenta un sistema del dolore che ne riduce notevolmente la percezione perché deve continuare a combattere; la donna invece ha una soglia del dolore più bassa, cioè avverte prima il dolore, per una questione di adattamento e protezione nei confronti della prole. Tutto ciò ha portato quindi, durante l’evoluzione, a diversificare i meccanismi centrali del dolore: la donna deve avvertire prima il dolore perché ha il compito di proteggere la specie. Considerando queste differenze biologiche, si nota inoltre una netta differenza nell’uso degli analgesici anche perché diverso è  il metabolismo dei farmaci tra i due sessi.
Le donne hanno una minor quantità di enzimi utili al metabolismo di alcuni antidepressivi ed oppiacei e ciò implica un maggior accumulo di farmaco con un aumento di incidenza degli effetti collaterali. Nella donna in età fertile la produzione di endocannabinoidi tende a ridursi, aumentando quindi la sensibilità al dolore. Quanto più il dolore persiste, tanto più aumentano i cambiamenti del sistema nervoso centrale, per cui il dolore diventa autonomo rispetto all’iniziale infiammazione, cronicizza e si trasforma in una vera e propria malattia.
La neuroinfiammazione che si sviluppa è anche la base biologica della depressione che a sua volta amplifica notevolmente la percezione del dolore.
Forme di dolore cronico prettamente femminili sono la dismenorrea (nel 30% dei casi può essere molto invalidante), l’endometriosi (colpisce il 10% delle donne e nel 30% dei casi può portare ad infertilità), la fibromialgia (in Italia colpisce 2 milioni di persone tra i  35 e i 45 anni), l’emicrania e la nevralgia del pudendo.
Queste patologie presentano condizioni dolorose molto complesse per le quali non esiste una cura specifica, ma può essere necessaria l’associazione sinergica di più farmaci o il ricorso a terapie mini-invasive (come la neuro- modulazione elettrica nel caso della nevralgia del pudendo) effettuate esclusivamente  in centri di medicina del dolore.

Lascia un commento

n. 10 / Dicembre 2017

Scarica la tua copia in pdf